Il Napoli rappresenta uno dei casi più emblematici di crescita europea nel panorama italiano recente. Pur non avendo garantito una presenza costante in Champions in tutte le stagioni considerate, il club azzurro ha saputo massimizzare le edizioni giocate, costruendo percorsi solidi e credibili. Il cammino fino ai quarti di finale ha segnato un punto di svolta, riportando il Napoli tra le realtà europee più rispettate e aumentando in modo sensibile i ricavi. Questi introiti hanno avuto un impatto diretto sulla competitività del club: investimenti mirati, valorizzazione della rosa e rafforzamento del brand a livello internazionale. Tuttavia, il dato evidenzia anche il limite principale del Napoli in questo arco temporale: l’assenza di una continuità assoluta nelle fasi più avanzate. Il salto definitivo verso l’élite passa proprio da lì, dalla capacità di rendere la Champions un appuntamento fisso e produttivo, non un exploit isolato.
calcionapoli1926 champions league Champions League, milioni che cambiano la Serie A: nuove gerarchie e divari sempre più ampi
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Champions League, milioni che cambiano la Serie A: nuove gerarchie e divari sempre più ampi
Angelo Salzano
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4 - Napoli, 195 milioni

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no scugnizzo lo riconosci subito. Faccia tosta, sfrontata, di chi sa il fatto suo. Di chi con la mente è sempre un passo avanti agli altri e per questo ha un pessimo rapporto con la sconfitta. Antonio Vergara è uno di quelli che ce l’ha fatta. Ci è voluto del tempo, ma ha saputo aspettare. Più forte della sfortuna, degli infortuni e di una dimensione che sembrava non appartenergli fino a qualche mese fa. In pochi pensavano potesse emergere già quest’anno, con davanti campioni del calibro di De Bruyne, Anguissa, McTominay. Però Antonio Conte si è impuntato in estate: «il ragazzino resta qui» ha fatto capire già a Dimaro al ds Manna e al presidente De Laurentiis. Voleva avere l’occasione di allenarlo almeno fino a gennaio. Per migliorarlo. Per aiutarlo a crescere. Per vedere i progressi quotidiani. Poi la scintilla a Castel di Sangro. Amichevole col Sorrento, di quelle organizzate per far giocare chi la sera prima non ha disputato il test internazionale. Palla lunga, sulla corsa: Vergara controlla di esterno-tacco al volo, come fece il giovanissimo Cassano in un Bari-Inter finito nei libri di storia. Poi l’assist vincente per Hasa. Un lampo, sotto il sole cocente, che ha fatto stropicciare gli occhi ai tifosi. E che è diventato un messaggio per Conte: il materiale per lavorarci c’è.
La scalata Due cose, infatti, di Vergara sono state chiare sin dai primi calci al pallone. La personalità e la sfrontatezza. Raccontano che a 9 anni, quando si presentò nella sede delle giovanili per firmare il suo primo cartellino per il Napoli, dopo le pratiche di rito andò da Gianluca Grava – responsabile delle giovanili – per parlare: «Direttore, ma posso sapere com’è la squadra?». Antonio voleva già vincere. Voleva dominare e incantare. Lui che arrivava dall’accademia dei fratelli Lodi a Frattamaggiore e che era stato abituato a giocare contro avversari di almeno uno o due anni più grandi e contro cui sapeva tenere botta come fosse un veterano che giocava di esperienza. Il ragazzino è cresciuto, brillando fino alla Primavera azzurra e poi andandosi a fare le ossa nelle serie minori. Pro Vercelli in C, Reggiana in B: a Reggio subì la rottura del crociato da cui tornò più forte e desideroso di riprendersi il tempo perduto. E dopo un secondo anno da 32 presenze, 5 gol e 6 assist, il Napoli decide di riportarlo a casa.
Tesoro Il resto è storia recente, è un mondo che si è capovolto nel giro di poche settimane. È il saper cogliere il momento, come spesso succede. Quattordici minuti in campo in campionato fino al 14 gennaio, il 17 parte titolare in A per la prima volta contro il Sassuolo. Non incanta come col Cagliari – assist al bacio per Lucca in Coppa Italia – ma c’è. A Copenaghen ancora titolare, sfiora il gol ma non incide. Con la Juve è tra i migliori, nonostante il ko. Poi arriva il Chelsea e la svolta: gol alla Diego nella prima da titolare in Champions al Maradona. E il bis con la Fiorentina è solo la conferma che è nata una stella. Il nuovo tesoro di Napoli. Da custodire con cura, per farne un nuovo pezzo di storia azzurra.
Ultima sfida Giocare a Napoli per un napoletano è una responsabilità enorme, oltre che un onore. La maglia pesa e il pubblico si aspetta ancora di più. Bruscolotti vinse uno scudetto, cedendo la sua fascia a Maradona. Lorenzo Insigne è stato l’ultimo grande mito dei nuovi scugnizzi: capitano di tante battaglie, uomo simbolo e pure goleador. Ma senza scudetto. Il tricolore, invece, è riuscito a vincerlo Gaetano, ultimo grande talento uscito dalla “scugnizzeria” azzurra: non da protagonista, ma comunque da ottimo comprimario. Ora Vergara ha questa nuova sfida all’orizzonte: nemo profeta in patria è una specie di legge universale, ma c’è sempre l’eccezione. Antonio ha mostrato colpi di genio di un calcio che non c’è più. E quell’amore per la maglia che lo spinge oltre ogni ostacolo. Con quel tocco di suola e quel mancino che sanno incantare. E che hanno già fatto impazzire il Maradona. Il futuro è nei suoi piedi: ed è già un bel vantaggio.
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