Tatticamente – Il centrocampo azzurro nel segno di Marek Hamsik

Meglio Meret, anzi no! Doveva esserci Mertens al posto di Milik, anche se quando c’era Higuain… Sono accadute tante cose in questi ultimi anni. Il Napoli è cambiato tanto, certamente gli allenatori di più. Sono diversi i piazzamenti: migliorati, tranne che per quest’anno. E’ cambiato il gioco, l’interpretazione e le tattiche. Cari lettori di Calcionapoli1926, ecco a voi la nuova rubrica sui reparti di gioco azzurri. Analizzeremo un reparto alla volta per scoprire le differenze con gli anni precedenti e con gli stili di gioco. Questa è la rubrica “Tatticamente“.

 

Marek Hamsik
Marek Hamsik, Juventus-Napoli 0-2 (Getty Images)

 

Tatticamente, da Hamsik ad Hamsik: il cambiamento

 

Il Napoli è cambiato molto in questi anni in mezzo al campo: a cinque, a due, poi a tre. Con l’avvento di Benitez il trequartista, poi con Sarri il regista e con Ancelotti si è cominciato a parlare di tuttocampisti. Ma com’è cambiato nello specifico il centrocampo azzurro? E’ questo quello che vedremo nella rubrica di oggi.

 

BENITEZ

 

Il Napoli ritrova Rafael Benitez, un allenatore di spessore internazionale. Soprattutto dopo i bellissimi anni di Walter Mazzarri: una squadra piena di carattere e qualità, ma che faceva della sua forza la corsa e la tenacia. Con il tecnico spagnolo si inizia a immagine un’idea di calcio diversa, più di fioretto che di sciabola. Da qui: tika taka. Che cosa strana, non apparteneva solo alla Spagna? Per carità, nulla a che vedere col Barcellona di Guardiola! Ma, per gli anni di catenaccio e contropiede ai quali era abituato il Napoli, era tanta roba! Soprattutto tatticamente si abbandonava finalmente un modulo a 3 difensori e si sperimentava una difesa a 4.

In mezzo al campo si è sentita la differenza tatticamente, perché le frecce del 3-5-2 erano diventate terzini… Benitez infatti voleva centralizzare il gioco con i due mediani (Inler e Jorginho) e il trequartista (Marek Hamsik), per poi scaricare sulle fasce (Insigne e Callejon). Da qui l’idea del 4-2-3-1. Il più classico dei moduli europei: così Benitez ha portato aria fresca a Napoli, reinventando Hamsik fantasista dietro la punta: con un po’ di fatica Marek ha trovato anche continuità di prestazioni e gol.

A livello europeo il Napoli è cresciuto tanto grazie a Rafa, ma in quel momento storico accusò tanto il contraccolpo in campionato: un modulo molto europeo e poco italiano. Manca l’equilibrio, perché Jorginho non era un mediano da centrocampo a due e Marek Hamsik non si sentiva al 100% a proprio agio da trequartista.

 

Tatticamente - Inler
Inler nel 2012. Due anni dopo faceva coppia in mezzo al campo con Jorginho (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

 

SARRI

 

Are you ready? Una sinfonia! Maurizio è stato il maestro d’orchestra di una macchina perfetta che, benché si dica, aveva la sua massima accelerazione proprio in mezzo al campo: l’attacco era solo la fase conclusiva, la magia avveniva tra Jorginho, Allan e Hamsik. Sì, ancora lo slovacco: dalla trequarti è sceso a fare la mezzala. Massacrante: anno dopo anno ha scritto la storia del Napoli, sempre più nel vivo del gioco e nei ricordi della gente.

Maurizio ha semplicemente ripreso la rosa di Benitez e l’ha riadattata secondo le sue idee: Jorginho regista basso, Allan mezzala indemoniata e Hamsik mezzala di rifinitura. A sinistra un treno come Ghoulam e a destra un terzino più bloccato. E poi? Palleggio. Sì, proprio quello. Uno dei pochi aspetti non abbandonati dall’era Benitez, anzi migliorato. Con Jorginho in cabina di regia il Napoli ha scritto le migliore sceneggiature: una squadra che si è imposta per distacco tecnico e di spettacolo. Fatta di meccanismi collaudati e studiati a memoria: tattica su tattica e schemi su schemi. Tutti sapevano cosa fare: Jorginho scaricava su Mertens, Insigne servito dal belga che nel frattempo scrutava l’inserimento di Hamsik. Gol.

Bastava poco. O più semplicemente (tatticamente) si sono allineati pianeti e galassie: si sono ritrovati tutti lì in quei tre anni. Dopo l’avventura di Napoli Sarri ha riprovato a emulare un centrocampo di quel tipo, con quei ritmi e quella velocità: esperimento fallito. La parentesi partenopea è stata unica nel suo genere, ma per tre anni ha fatto registrare magie mai viste.

 

Tatticamente - Jorginho
Jorginho è stato il regista di Maurizio Sarri. Lo ha seguito al Chelsea (by Getty Images)

 

ANCELOTTI

 

Abbandonata l’idea degli schemi e dei tatticismi, Carletto scioglie le catene e veste di responsabilità ogni singolo centrocampista. Via la quantità, solo qualità. Venduto Jorginho affida le chiavi del centrocampo a Marek Hamsik: da mezzala a regista, lo slovacco è capace di tutto. Prima in un centrocampo a tre, poi passa a due: Hamsik fa coppia con Zielinski, poi con Allan e infine con Ruiz. E’ lui la certezza: lampi di gioco, di idee e di genio solo dai suoi piedi. Il resto erano dribbling e corse, ma a lui non spettava. Dava ordine.

Ordine che è venuto meno a gennaio: il capitano lascia la nave. Nessun rancore, ma tanta mancanza. Soprattutto nel gioco azzurro, perché Ancelotti ne ha risentito. Tatticamente, con la partenza di Marek, sono cominciati i problemi e la definizione del tuttocampista. Fabian Ruiz e Zielinski (calciatori puramente offensivi) si sono ritrovati a impostare il gioco del Napoli e fare anche da interditori. Ha funzionato per 3 mesi, soprattutto con l’aiuto degli esterni: il 4-4-2 infatti è supportato tanto dalle ali, nonostante in questo caso si trattasse di Insigne e Callejon.

Nell’anno successivo Ancelotti ha continuato con l’idea del tuttocampista, così nel mercato estivo ha evitato di comprare un calciatore che avrebbe potuto mettere ordine in mezzo al campo. Era affidato tutto all’abilità del calciatori di saltare il primo pressing e poi servire verticalmente l’attacco. Queste idee lo hanno portato direttamente all’esonero: esperimenti su esperimenti hanno creato instabilità nel gruppo, la fine era scontata.

 

Fabian Ruiz
Fabian Ruiz, con lui è nata l’idea del tuttocampista (Photo by SSC NAPOLI/SSC NAPOLI via Getty Images)

 

GATTUSO

 

Un ritorno al passato. Gennaro non ci ha pensato su due volte: questa squadra è da 4-3-3. Via il concetto del tuttocampista, ognuno dovrà avere il proprio compito. Mercato? Non uno, due registi. E devono essere pure bravi incontristi! Riguardando indietro, Gattuso si è imposto non poco: alla fine ha avuto ragione. Infatti gli azzurri hanno prettamente una rosa costruita per quel tipo di modulo. Tatticamente l’atteggiamento del mister è difensivista, ma il modulo è lo stesso: un regista e due mezzali. Addirittura Gattuso preferisce non avere due mezzali di qualità, ma una che faccia interdizione e una che attacchi. Oltre al regista/incontrista. Come a dire: prima non bisogna prenderle, poi si fa gol.

Da qui l’introduzione della palla coperta. Nota già a tanti esperti, Gattuso ne fa un mantra ed è importante che in fase di non possesso la sua squadra (in maggior modo il centrocampo) attui in modo ineccepibile il metodo. Regole basi del calcio, Ringhio ci tiene ad inculcare il concetto nei calciatori azzurri così da avere una linea sempre attenta sul pressing e pronta a salire col baricentro. Di vitale importanza un centrocampo reattivo e pronto a chiudere ogni linea di passaggio all’avversario.

[…] palla coperta si intende la situazione nella quale il giocatore avversario in possesso palla è pressato da vicino da un calciatore della squadra difendente in un modo tale da non avere libertà di giocare palla in avanti […]

Ringhio ha cancellato l’idea che “ognuno può fare tutto“, ha riportato ordine in un centrocampo che non ne aveva più. Ha individuato in Demme l’equilibratore e in un futuro lo sarà anche Lobotka. Ha abbassato il baricentro per evitare che ci siano troppe distante tra i reparti e infine ha collocato uomini di qualità (Ruiz e Zielinski) nei ruoli che gli competono.

 

Demme
Demme ha riportato equilibrio nel centrocampo del Napoli (Photo by SSC NAPOLI/SSC NAPOLI via Getty Images)

 

Centrocampo pulsante

 

Passano gli anni e l’unica costante nel Napoli è stata Marek Hamsik. Ceduto lui, è crollato tutto: un caso? Forse sì, forse no. Il capitano azzurro è cresciuto, si è migliorato e ha portato in alto il Napoli. Si è adattato, è cambiato e si è perfezionato. Forse è stato lui l’unico tuttocampista, l’unico che ha funzionato sempre.

L’unico che è stato all’altezza del concetto di gioco di Carlo Ancelotti. Non c’è stato il tempo per verificarlo, l’unica costa certa è l’impronta indelebile che ha dato lo slovacco al centrocampo. Ora stanno costruendo pezzo dopo pezzo una squadra compatta e degna: si riparte proprio da lì, dal centrocampo. Il cuore pulsante, a cui manca tremendamente il suo amato. Arriva la notte, cominciano i sogni e la malinconia avvolge le ombre. D’improvviso un sussulto, apri gli occhi e ti ritrovi Gennaro pronto a gridare: “Palla coperta, salite salite!“. Nessun sogno, è un risveglio carico di adrenalina (e un po’ di timore).

 

di Alessandro Silvano Davidde

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