Hai vinto tu

Autorevolezza, mai autoritarismo. Coerenza, mai incertezza. Costanza, mai arrendevolezza.

É la formula Gattuso, che dall’11 dicembre del 2019 al 18 giugno del 2020 ha sempre detto la verità: in gergo, pane al pane e vino al vino.

Pubblicamente ha responsabilizzato i suoi calciatori perché, quando le cose non vanno, bisogna mettersi davanti allo specchio e ammetterlo. Quando invece cominciano a funzionare, bisogna mantenere il piede pigiato sull’acceleratore.

Salire è più o meno facile, restare in alto costa di più.

Probabilmente il tecnico non poteva immaginare che raccogliere l’eredità del mentore Carlo Ancelotti significasse caricarsi sulle spalle il peso del fallimento di un progetto, la distruzione di quello precedente e la necessità di crearne uno nuovo, ma con metà strada già compiuta e quindi compromessa. Non ha utilizzato strategie, Ringhio, se non l’unica possibile: testa bassa e lavorare.

La Coppa Italia di Rino Gattuso

É sua la Coppa Italia, che con vigore e attenzione il Napoli ha alzato al cielo in un Olimpico circondato solo di buio e stelle. Niente tifosi, niente cerimonia di consegna della coppa, niente cori. 

La verità esposta lì, nuda e quindi più forte, più evidente. Ha alzato gli occhi in alto, ancora Gattuso, ma questa volta il paradiso l’ha davvero toccato. Il primo trofeo della sua carriera, che gli appartiene più di ogni altro perché frutto delle notti in bianco, barricato nel centro sportivo di Castel Volturno, per cercare la quadra perfetta e ricompattare la squadra.

“Il più rispettato dallo spogliatoio, da quando possiedo questa società”, ha detto De Laurentiis. Evidentemente perché Gattuso i suoi non li ha mai giustificati, ma gli ha trasmesso il senso di appartenenza e di responsabilità unica di successo e fallimento. Homo faber fortuna suae, senza scuse. 

Senza multe, fin quando si merita.

I momenti di Napoli-Juventus

Higuain e Gattuso
(Photo by Marco Rosi/Getty Images)

E allora è difficile scegliere l’immagine emblematica di Napoli-Juventus.

 Nella memoria del tifoso evidentemente resterà Maurizio Sarri, che abbassa la testa ed evita lo sguardo di Aurelio De Laurentiis. L’attuale tecnico della Juventus ha “consegnato” un trofeo, finalmente, agli azzurri ma seduto sulla panchina opposta. É passato dall’altro lato della barricata eppure la storia dice che l’unica squadra capace di fermare il dominio bianconero, è sempre il Napoli. O quasi. Si potrebbe pensare a Gonzalo Higuain, che con sorpresa ha abbracciato Gattuso. Sembrava sincero e malinconicamente contento per i suoi ex compagni di squadra, mentre la sua avventura torinese vede già apparire coi titoli di coda in sovrimpressione. C’è anche Cristiano Ronaldo, che indossa al collo una medaglia, quella dei secondi classificati. 

I primi degli ultimi.

E invece resta José Callejon, che piange silenzioso, com’è sempre stato, dopo aver svolto il suo compito. L’amore non deve essere gridato, dev’essere apprezzato e stipato, anche quando muta, quando ci si allontana. Resta Dries Mertens, che ribadisce amore eterno alla causa azzurra restandovi ancora due anni, forse tre. Resta Meret, che si riscatta per ogni parata di cui è stato privato in favore di Ospina. Lorenzo Insigne, il capitano. Diego Demme, che il destino voleva campione con Lipsia e invece lo è col Napoli, a pochi giorni dalla vittoria matematica del Bayern Monaco. Una favola, no? Con effetti speciali.

Ma resta più di tutti Gattuso, uomo di campo. Uomo che sa. Che in piena notte decide che è il tempo dei tifosi e si ferma in stazione, su sua richiesta diretta, per alzare la coppa più vicino a loro, intonando “Un giorno all’improvviso…”

E in effetti, chi l’avrebbe mai detto? Un’intera città innamorata di Ringhio, arrivato all’improvviso senza coppe passate per vincere quelle future.

Grazie. 

di Sabrina Uccello

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