Alemao sullo scudetto del 1990: “A Bergamo nessuna scena, fu la vittoria del Sud. Maradona ne pagò il prezzo”

Alemao, ex centrocampista del Napoli, ha rilasciato un’intervista ai microfoni de Il Mattino

Alemao

Alemao, ex centrocampista del Napoli, ha rilasciato un’intervista ai microfoni de Il Mattino, soffermandosi sulle vicende che hanno portato al secondo scudetto azzurro nel 1990. L’8 aprile di quell’anno si giocava Atalanta-Napoli. Il mediano azzurro fu colpito al capo da una monetina da 100 lire lanciata dai tifosi orobici. Gli azzurri vinsero 0-2 a tavolino quel match e si rilanciarono nella lotta scudetto contro il Milan.

Alemao e lo scudetto della monetina

“Non sopporto quella monetina, quasi mi ricordano solo per quello in Italia. Non feci nessuna scena, non finsi, mi colpì in pieno in testa e rimediai un taglio. Rimasi a bordo campo dolorante. Bigon mi sostituì dopo pochi istanti, decise il medico che dovevo uscire, non io. Rifarei ogni cosa, non feci sceneggiate. Il Milan non ha mai mandato giù quello scudetto perso, ma è solo un alibi quel 2-0 a tavolino con l’Atalanta. Non lo persero per quella gara”.

Gullit e Van Basten si lamentano ancora e parlano di imboscata “Accettare una sconfitta non è mai semplice neppure dopo 30 anni. Era ancora tutto da giocare il destino del campionato anche dopo Bergamo. Loro a Bologna cosa fecero quella domenica? 0-0 e con il gol di Marronaro che l’arbitro non vide. E quella che cosa fu? E poi a Verona persero la testa quando vincevano per 1-0. Ricordano solo quello che vogliono, ma la verità è che lo scudetto lo vinse la squadra più forte”.

Come arrivò a quel campionato? Ero infastidito da alcune voci che mi volevano al Genoa. Non capivo. Avevo vissuto un anno drammatico, perché per una Epatite B a Napoli ho rischiato di morire. Venni ricoverato con urgenza e in quei giorni al Policlinico, travolto dall’amore dei tifosi, promisi che avrei fatto di tutto per regalare una vittoria. E rientrai dopo tre mesi, in tempo per la cavalcata finale della Coppa Uefa, con il mio gol a Stoccarda”.

Che cosa scattò in voi? “L’orgoglio, perché eravamo noi contro tutti. C’era in noi la sensazione di avere tutta l’Italia contro. È una cosa complicata da spiegare, ma eravamo davvero da soli contro tutto il Nord. Ogni gara che giocavamo lontano dal San Paolo venivamo accolti come dei nemici, con striscioni di insulti, cori razzisti, sentivamo come ci fosse un clima di odio. E questo ci aiutò moltissimo a superare i momenti di difficoltà, perché l’orgoglio scattava ogni volta. Sembra una parola esagerata, ma sembrava una guerra contro il Napoli”.

Maradona divenne il simbolo di questa rivalità. “E al Mondiale ne pagò il prezzo. Ma anche noi pagammo il prezzo dell’amicizia con lui: dopo Brasile-Argentina ci fu qualche dirigente della nostra federazione che ci accusò di essere stati teneri con Diego e per questo eravamo stati eliminati. Colpimmo tre pali in quella partita a Torino e ci punì solo un gol di Caniggia”.

Torniamo a quella splendida cavalcata del 90. “Dopo Bergamo tutti si scatenarono contro il Napoli e contro di me. Ma questo ci aiutò a trovare compattezza e non ci fermammo più: la domenica decisiva andammo a Bologna e io feci uno dei 4 gol. Più di mezzo stadio era azzurro, ricordo i cori delle curve e i boati ogni volta che a Verona succedeva qualcosa. Con la Lazio fu solo una formalità”.

Il tempo vola via. La tempesta coronavirus in Brasile? “Sono a Lavras e la situazione non è tranquilla. Andiamo in giro con la mascherina e tra mille paure. Spero che passi presto”.

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