Ieri sera 0-1 contro l’Arsenal e terza sconfitta consecutiva. E allora fermiamoci un attimo sui numeri, perché nel calcio i numeri non raccontano tutto, ma quando iniziano a ripetersi qualcosa vorranno pur dire. Nelle ultime tre partite il Napoli ha concesso 21 tiri al Como, 29 all’Inter e 26 questa sera all’Arsenal. Casa o trasferta, Serie A o Champions, non cambia. Il copione è sempre quello: subire, stringere i denti, provare a resistere e sperare che davanti, prima o poi, succeda qualcosa. Ma la domanda che mi faccio, da napoletano e da addetto ai lavori, è una sola: perché?

Perché dobbiamo assistere a questo? E sia chiaro: non lo dico soltanto da tifoso. Perché Napoli non è una piazza come le altre. Napoli è una città che dal calcio ha sempre preteso qualcosa che va ben oltre il risultato. Qui il calcio non è mai stato semplicemente uno sport: è appartenenza, è identità, è cultura popolare, è una parte della vita. E Maradona, ancora oggi, non è semplicemente il più grande calciatore che abbia vestito questa maglia. Per Napoli, Diego è molto di più: è un pezzo della nostra anima.

napoli arsenal

E sono convinto di una cosa: non pretendiamo necessariamente di vincere sempre. Non credo che il fine ultimo di quando uno accende la televisione per vedere il Napoli o quando entra allo stadio, sia semplicemente quello di portarsi a casa i tre punti. Il tifoso pretende di sentire qualcosa. Vuole emozionarsi, vedere il pallone girare, una giocata che ti fa alzare dal divano, un dribbling che ti fa urlare, un gol che ti fa abbracciare quello che hai accanto. Vuole vedere una squadra che abbia un’idea, coraggio e personalità. Perché il calcio, a Napoli, è questo: bellezza, fantasia, passione, coraggio. Il Napoli dovrebbe essere lo specchio di tutto questo.

E allora sì, a un tifoso puoi togliere una vittoria, puoi togliergli uno scudetto, puoi perfino chiedergli di attraversare una stagione difficile. Ma, per favore, non togliergli l’anima. Perché è proprio questo il punto. Negli ultimi anni il calcio ci ha dimostrato sempre più spesso che quello che una volta poteva essere raccontato come un alibi — “si gioca così perché è il modo per vincere” — oggi non regge più. Perché puoi anche scegliere un calcio prudente, attendista, speculativo. Ma se quel calcio non produce più risultati e, contemporaneamente, ti toglie identità, entusiasmo e spettacolo, allora cosa rimane? Rimane soltanto la sopravvivenza. E Napoli non può vivere di sopravvivenza.

Napoli merita una squadra che abbia il coraggio di giocare, una squadra che faccia paura anche agli altri, una squadra che quando scende in campo non faccia pensare al tifoso “speriamo di resistere”, ma gli faccia pensare “vediamo che cosa siamo capaci di fare”. Perché questo è il calcio che appartiene a Napoli. E allora la domanda su Allegri non è soltanto tattica, non è soltanto una questione di modulo, di difesa bassa o di possesso palla. È una domanda molto più profonda: questo è davvero il calcio che vogliamo per il Napoli?

Perché una cosa è perdere, un’altra è non riconoscersi. Napoli può accettare di perdere una partita, può accettare una stagione complicata, può persino accettare un fallimento sportivo. Ma non può accettare di non riconoscersi più nella propria squadra. Perché a Napoli il calcio non è mai stato soltanto il risultato di una partita. È emozione, è appartenenza, è vita.

Napoli non merita di sopravvivere alle partite. Napoli merita di viverle.

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