Tre vittorie in nove partite, cinque sconfitte e un Napoli senza identità. Venezia non è un incidente di percorso, ma il fallimento di un progetto tecnico che continua a cercare giustificazioni. Ci sono sconfitte che fanno perdere tre punti. E poi ci sono sconfitte che mettono a nudo tutto quello che si è cercato disperatamente di nascondere. Quella di Venezia appartiene alla seconda categoria. Il Napoli ha perso contro una squadra che, prima di incontrare gli azzurri, aveva collezionato sei sconfitte in sei partite. Zero punti. Un avversario che sembrava destinato a vivere un campionato di sofferenza e che proprio contro la formazione di Massimiliano Allegri ha trovato la sua prima vittoria.
Ma sarebbe persino troppo comodo fermarsi al risultato. Il vero problema del Napoli non è aver perso a Venezia. È che, dopo nove partite ufficiali, nessuno riesce ancora a capire quale calcio voglia giocare questa squadra. Tre vittorie, un pareggio e cinque sconfitte. Non è il bilancio di una formazione che sta attraversando un semplice periodo di assestamento. È il rendimento di una squadra che, almeno finora, ha tradito le proprie ambizioni. E soprattutto è il rendimento di un allenatore che era stato chiamato per offrire certezze, non per moltiplicare gli interrogativi.
IL GRANDE EQUIVOCO DI MASSIMILIANO ALLEGRI
Per anni ci siamo sentiti raccontare che Allegri fosse il maestro della gestione, l’uomo capace di leggere le partite, proteggere i campioni e ottenere risultati anche senza proporre un calcio spettacolare. Benissimo. Ma oggi, a Napoli, dove sono finite queste qualità? Perché se il calcio offensivo non appartiene alla sua filosofia, almeno ci si aspetterebbe una squadra organizzata, equilibrata, difficile da affrontare. Una formazione capace di controllare i momenti della partita e valorizzare le caratteristiche dei propri giocatori.Invece vediamo un Napoli lento nella costruzione, prevedibile nello sviluppo, fragile quando perde il pallone e troppo spesso affidato all’iniziativa individuale. Gli attaccanti ricevono pochi palloni nelle condizioni migliori. I centrocampisti faticano a trovare collegamenti. La manovra procede senza continuità, senza automatismi riconoscibili, senza quella capacità di occupare gli spazi che distingue una squadra allenata da undici calciatori semplicemente schierati. Non si pretende il calcio di Guardiola. Si pretende che il Napoli abbia un calcio. E questa, francamente, non dovrebbe essere una richiesta rivoluzionaria.
I CAMPIONI NON POSSONO DIVENTARE UN ALIBI
Kevin De Bruyne ha sbagliato un rigore pesantissimo contro il Venezia. È un errore evidente, che nessuno può cancellare. Ma davvero possiamo ridurre l’ennesima sconfitta del Napoli a un calcio di rigore fallito? Sarebbe il modo più semplice per spostare ancora una volta l’attenzione dai problemi collettivi alle responsabilità individuali. De Bruyne resta un calciatore di qualità straordinaria. Se un talento del genere fatica a trovare continuità e centralità, il problema non può essere liquidato soltanto con le sue prestazioni.Lo stesso discorso riguarda Højlund, troppo spesso costretto a cercare da solo le soluzioni che una squadra dovrebbe costruirgli intorno. E poi c’è la gestione degli uomini. A Venezia Allegri sceglie Lucca dal primo minuto, ma quando la situazione precipita, si affida ai cambi per recuperare una partita che avrebbe dovuto affrontare con ben altra personalità.
Alisson Santos entra e porta vivacità, prima di accusare un nuovo problema fisico. Non esistono elementi per attribuire automaticamente la responsabilità dell’infortunio all’allenatore, ma è legittimo interrogarsi sulla gestione di un giocatore appena rientrato. La sensazione è che il Napoli continui a rincorrere gli avvenimenti invece di governarli. E un allenatore che dovrebbe rappresentare il valore aggiunto non può limitarsi ad aspettare che qualcuno gli risolva la partita.
LA CHAMPIONS E IL MITO DEL GRANDE GESTORE
C’è un’altra questione che merita di essere affrontata senza timori reverenziali: il prestigio internazionale di Allegri. Nessuno può cancellare gli scudetti conquistati e le due finali di Champions League raggiunte con la Juventus. Sarebbe ingiusto e anche poco serio. Ma il calcio non si allena attraverso i ricordi.Nel 2019 la Juventus di Cristiano Ronaldo fu eliminata dall’Ajax ai quarti di finale. Nel 2022 arrivò l’eliminazione agli ottavi contro il Villarreal. Nella stagione successiva, ancora peggio, i bianconeri abbandonarono la Champions già nella fase a gironi, con appena tre punti conquistati. Oggi, a Napoli, sono arrivate altre due sconfitte europee, contro Arsenal e Villarreal.
Non basta per cancellare una carriera. Basta però per mettere in discussione l’idea che il solo curriculum garantisca competitività internazionale. Perché la domanda è molto semplice: quanto vale l’esperienza di un allenatore se la sua squadra non riesce a tradurla in superiorità sul campo?
LE RESPONSABILITÀ NON FINISCONO IN PANCHINA
Sarebbe troppo facile, però, trasformare Allegri nell’unico responsabile. Il Napoli è il risultato anche delle decisioni di chi ha costruito la rosa, valutato gli investimenti e individuato nell’allenatore l’uomo giusto per guidare il progetto. Aurelio De Laurentiis e Giovanni Manna devono assumersi la propria parte di responsabilità. Una squadra che presenta problemi di tenuta fisica, equilibri tattici e ricambio non può essere considerata competitiva soltanto perché sulla carta dispone di giocatori importanti.Il valore di una rosa non si misura sommando i nomi e gli ingaggi. Si misura verificando se quei calciatori siano compatibili, funzionali e capaci di sostenere un’idea comune. E proprio qui emerge il limite più preoccupante di questo Napoli: non sembra esserci una visione condivisa tra quello che la società ha costruito e quello che l’allenatore cerca di realizzare. Le responsabilità dei calciatori restano enormi. Chi indossa questa maglia non può permettersi prestazioni prive di determinazione, attenzione e orgoglio. Ma la motivazione, da sola, non organizza una squadra. Non crea movimenti offensivi. Non corregge le distanze tra i reparti. Quello è il lavoro dell’allenatore.
IL TEMPO DEGLI ALIBI È FINITO
Dopo Venezia, Allegri ha parlato della necessità di continuare a lavorare e ha ribadito la propria fiducia nella squadra. Parole legittime. Ma insufficienti. Perché il lavoro, nel calcio, deve lasciare tracce riconoscibili. Deve produrre miglioramenti, anche quando i risultati non arrivano. Nel Napoli, oggi, questi miglioramenti sono difficili da individuare. Non siamo davanti a una squadra giovane che paga l’inesperienza. Non siamo davanti a un gruppo privo di qualità. Siamo davanti a una formazione che possiede individualità importanti, ma che fatica a comportarsi da squadra.Ed è proprio questo l’aspetto più grave. Allegri è stato scelto per portare esperienza, equilibrio e mentalità vincente. Dopo nove partite, invece, il Napoli appare più confuso che all’inizio della stagione. E allora bisogna avere il coraggio di affrontare anche la domanda più scomoda: è davvero l’uomo giusto per guidare questa squadra? Nessun allenatore deve essere giudicato soltanto sulla base di una sconfitta. Ma nessun allenatore può pretendere che il proprio passato gli garantisca un credito illimitato.
Il rispetto per ciò che Allegri ha vinto non può trasformarsi nell’obbligo di accettare ciò che il Napoli sta diventando. La società deve decidere se esistono ancora le condizioni per costruire qualcosa di credibile. L’allenatore deve dimostrare, subito, di possedere soluzioni concrete. Altrimenti il passo indietro non sarebbe una resa. Sarebbe un’assunzione di responsabilità. Perché cambiare idea non è una sconfitta. Continuare a difendere un progetto che non funziona, soltanto per non ammettere di aver sbagliato, può diventarlo.
Il Napoli non ha bisogno di qualcuno che gli ricordi quanto ha vinto in passato. Ha bisogno di qualcuno che sappia spiegare, con il lavoro e con il gioco, come intende tornare a vincere. E se la risposta continua a essere soltanto «dobbiamo lavorare», allora è arrivato il momento di porre una domanda diversa. Lavorare a cosa, esattamente?
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