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rassegna

De Laurentiis: “Spalletti è un condottiero. Voglio un americano e un giapponese. Non vendo”

Sara Ghezzi

Il patron azzurro ha rilasciato una lunga intervista a La Repubblica in cui ha parlato della vittoria del tricolore sottolineando la sua stima per Spalletti

La vittoria dello scudetto del Napoli è figlia di un progetto quello di Aurelio De Laurentiis che andando in direzione ostinata e contraria è riuscito a costruire una squadra vincente. Merito suo anche l'arrivo di Luciano Spalletti ritenuto il vero artefice. Il patron azzurro che sta organizzando una grande festa anche per il 4 giugno ha rilasciato una lunga intervista a La Repubblica. A seguire quanto evidenziato dalla www.

"Spalletti è un condottiero. Voglio un americano e un giapponese. Non cedo", le parole di De Laurentiis

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Presidente, complimenti per lo scudetto. «Grazie a lei. Io ho un’affezione particolare per Repubblica, è un giornale che ritengo importante. È uno scudetto che premia i napoletani, lo aspettavano da 33 anni e quindi qualunque augurio anche per il futuro è ben accetto».

Lei è noto per essere una sorta di visionario nel calcio: aveva immaginato la moviola in campo e abbiamo il Var, aveva posto il problema delle rose ampie e abbiamo la panchina lunga, cosa vede adesso all’orizzonte? «La lista di cose da fare sarebbe lunga. Mi limito a pensare ai nostri ragazzi, che non sono tutelati da un’attività genitoriale corretta, un po’ per convenienza, un po’ per ignoranza. In questi ultimi decenni siamo passati al tablet e agli smartphone. E ai figli pur di tenerli buoni si concede troppo, i genitori lavorano e non hanno coscienza del fatto che loro sono perennemente interconnessi, anche di notte. Non mollano mai questa specie di prolunga del loro fisico. Oltre a comunicare fra di loro, giocano. L’industria dei videogame è supermiliardaria, ci sono prodotti fantastici a cui i ragazzi giocano o in solitudine, che è ancora più negativo, o connessi in gruppo. Tutto ciò li distrae dal calcio. E allora bisognerebbe un momentino riportarli sui giusti binari. Pregherei il ministro dell’Istruzione di immaginare un paio di lezioni al mese da un’ora, dove lo Spalletti o l’Ancelotti della situazione comincia a raccontare agli studenti, dalle elementari alle superiori, che cos’è una partita, che cosa significa un modulo, quali sono i ruoli dei giocatori. Basterebbe prendere l’ultima finale mondiale, Argentina-Francia, e vivisezionarla per raccontare che cos’è un 4-4-2 o un 4-3-3, che differenza c’è fra un attaccante centrale o una seconda punta, fra una difesa a 3 e una a 4. Questo farebbe riavvicinare i giovanissimi al calcio: diventerebbero alla fine tutti dei superesperti e potrebbero far finta di essere loro gli allenatori o i commentatori, divertiti e divertenti, di qualunque trasmissione virtuale di una partita». 

Servono anche rimedi interni al mondo del calcio? «Sì, il calcio è il gioco più antico del mondo, talmente antico che pensare che debba rimanere così com’è è sbagliato». Ad esempio a cosa pensa? «Innanzitutto noi abbiamo un grandissimo problema con gli stadi: tranne qualche rara eccezione, sono obsoleti, la partita si vede male, c’è la pista d’atletica, come a Napoli o a Roma. E poi, vogliamo portarvi le famiglie? Vogliamo far sì che allo stadio si possa rimanere tutta la giornata a divertirsi, a mangiare? Io allo stadio celebrerei i matrimoni e le prime comunioni. Magari la Chiesa si potrebbe inquietare, ma basterebbe montare un altare benedetto, noi lo abbiamo fatto in ritiro a Dimaro: quante volte è venuto il cardinale Sepe a officiare la messa e nessuno si è mai scandalizzato? Il campo di calcio è sottostimato e sottoutilizzato, potrebbe produrre dei benefici sul fatturato». Lo stadio come luogo comunitario... «Assolutamente sì. E poi abbiamo lo stadio virtuale: dobbiamo riuscire a riconquistare i giovani. E contrastare la pirateria, che ci ha ucciso: in otto anni ci ha portato dai 4 milioni e 300 mila abbonati che avevamo a un milione e 900 mila. Io mi auguro che Meloni riesca a far passare la nuova legge contro la pirateria senza se, senza ma, senza condizionamenti dei grandi gruppi che molto probabilmente vorrebbero invece il via libera sul web senza nessuna imposizione e nessun blocco».

E poi c’è il tema della durata dei campionati… «Io avrei un’idea. Perché giocare d’inverno con la neve, la pioggia, la grandine? Non potremmo cominciare in tutta Europa il 1° aprile? Non è un pesce d’aprile, ma una necessità. In 7 mesi fino a ottobre si potrebbero disputare campionati nazionali e Coppe europee. Da novembre a marzo restano 5 mesi per far riposare i signori calciatori, andare in ritiro, giocare con le nazionali. Se ho calciatori africani, perché a gennaio me ne debbo privare per la Coppa d’Africa? Uefa e Fifa sono assenti per egocentrismo ed egoismo. Per loro esistono solo le votazioni per essere riconfermati, ma non si pongono questi problemi. Alla finale di Champions a Parigi un anno fa c’è gente che ha rischiato di morire, bambini che urlavano, mamme spaventate: così non si fa un assist al calcio, anzi lo si mortifica. Fifa e Uefa operano in posizione dominante e nessuno dice loro nulla. Dovrebbero sedersi al tavolo con noi ed essere rispettose dei nostri campionati, che per i tifosi vengono prima delle Coppe europee e delle nazionali. Ho calciatori che vanno e vengono dal Sudamerica o dall’Asia in 48 ore e poi devono giocare da noi il giorno dopo: follia». Il campionato d’estate sarebbe una rivoluzione del costume. «Anche, assolutamente sì. Ma già adesso i tornei partono ad agosto ed alcuni già a giugno, alcuni anche a luglio. E il tempo atmosferico si sta spostando, valutiamo anche questo».

Cosa pensa della legge Melandri? «Melandri ha fatto dei guai inimmaginabili. Mi dispiace perché proprio lei, che ha studiato credo negli Stati Uniti, non ha avuto contezza del sogno americano trasferendolo nel sogno italiano. Nel cinema ci ha massacrato. Il nostro penultimo ministro Franceschini ci ha dato la dignità dotandoci di un fondo estremamente importante per rilanciare l’audiovisivo italiano. Melandri lo aveva ucciso. Nel calcio ha fatto una legge che strozza: per questo grandi società come Inter, Juventus, Milan, Roma non ce la fanno con i bilanci. Chiedo alla premier Giorgia Meloni, poiché ci sono 28 milioni di elettori appassionati di calcio, di sedersi con noi cinque minuti e di liberalizzare il modello per poter ottenere un fatturato che renda tutti felici e competitivi, senza debiti. Perché dobbiamo venire dopo Inghilterra, Spagna e forse Germania? È ridicolo. Non solo: queste leggi restrittive hanno prestato il fianco a chi ci voleva derubare, abbiamo delle cause in corso contro chi ci amministrava malissimo. Per colpa di cosa? Della legge Melandri. C’è sempre chi ci inzuppa il biscotto: ti dice che una cosa non è permessa dalle norme e poi la va a fare lui stesso sottobanco».

L’altra sua idea è di una competizione europea con le migliori squadre di ogni campionato. «L’ho messa un po’ da parte, sennò si arrabbiano tutti. Avevo detto che bisognerebbe portare sul tavolo 10 miliardi, non i 4-5 che l’Uefa si appresta a garantire dal prossimo ciclo. Ho proposto due campionati europei. Uno per 25 federazioni minori che non possono permettersi gli investimenti dei Paesi più importanti. E uno con le prime sei squadre dei cinque grandi campionati, che dunque cambierebbero ogni anno, con partite secche, escludendo i confronti fra squadre dello stesso Paese. Tutto il mondo le guarderebbe: quanto porterebbero in termini di diritti? E quanto valorizzerebbero i nostri allenatori e i nostri calciatori? Quando leggo le convocazioni delle nazionali io sto male perché i ct chiamano sempre i più vecchi, avendo paura di sbagliare. Ma dico: le nazionali sono un teatro mondiale, fatemi vedere i giovani, tirate fuori i più bravi. Anche per le loro famiglie che hanno fatto mille sacrifici e meritano di vedere realizzati i propri sogni».

Sul Napoli

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Veniamo al suo Napoli: nessuno pensava che avrebbe potuto vincere lo scudetto. Cosa la rendeva così sicuro di farcela? «Con Ancelotti e Gattuso erano accadute delle cose che non mi avevano convinto, quindi mi sono finalmente liberato di tutti quei giocatori che io trovavo un po’ demotivati e non potevano portarmi dove volevo. Sentivo bisogno di aria nuova. E avevamo già individuato da tre anni Kvaratskhelia in Georgia, ma era il periodo Covid, avevamo perso 258 milioni, ci chiedevano molti soldi. Poi lui ha cambiato agente e Giuntoli è stato molto bravo a portarlo a casa per 11 milioni. Osimhen ha avuto la possibilità di recuperare fisicamente: molte volte l’abbiamo avuto a mezzo servizio. Quanto a Spalletti, lo seguo da quando era in Russia, tante volte l’ho chiamato per portarlo a Napoli. Un bel giorno sono andato a trovarlo a Milano al bosco verticale, lui è venuto molto timorosamente nel garage per non farsi vedere, con un cappuccio in testa, e mi ha trascinato nel suo appartamento. Gli ho detto: “Non so se andrò avanti con Gattuso, tu tieniti pronto”. Rispose: “Presidente, a giugno vengo ma adesso non me la sento”. Insistetti: “No, se io dovessi avere dei problemi e decidessi di esonerare subito Gattuso, tu mi devi promettere che ti rendi disponibile”. Mi diede la mano, poi non c’è stato bisogno di cambiare in corsa, abbiamo aspettato la fine della stagione. È arrivato in un clima abbastanza eversivo, perché nel frattempo a febbraio avevo mandato a monte i miei accordi con lo sponsor tecnico per diventare io sponsor di me stesso. Avevo chiamato Giorgio Armani, un amico, che mi ha messo a disposizione il marchio EA7, e ho chiesto a mia figlia Valentina, che aveva sempre avuto voglia di cimentarsi nella moda, di darmi una mano. C’erano problemi con i trasporti e le spedizioni per il Covid, eravamo in ritiro, Spalletti era preoccupato: “Presidente, ma non è che alla prima partita andremo in campo con le maglie vecchie?”. E adesso invece questa parte nuova del Calcio Napoli sta avendo un successo senza precedenti, fatturiamo tre volte più di quando avevamo lo sponsor tecnico. Io nel calcio lavoro per i tifosi, come nel cinema per gli spettatori. Di successi in successi siamo andati avanti fortunatamente per una cinquantina di anni, con quattrocento film abbiamo toccato qualunque tipo di pubblico e genere, dagli Almodovar ai Ridley Scott, dai Pasqualino Festa Campanile ai Mario Monicelli, dai Carlo Verdone ai Roberto Benigni. Ci siamo divertiti. Abbiamo inventato 32 anni di commedie di Natale, mettendo alla berlina l’italiano, che però rideva sganasciandosi e pensando che io parlassi sempre di quello seduto accanto a lui. Mi sono divertito a criticare il berlusconismo e l’edonismo craxiano. Con i Vanzina abbiamo fatto di tutto e di più».

Quindi quello che le dava sicurezza erano i campioni del Napoli? «Non solo i gioielli, Osimhen, Kvara, ma anche tutti gli altri. Il capitano Di Lorenzo è un uomo straordinario, educatissimo, su cui si può sempre contare. E Spalletti è un condottiero, un grande affabulatore: tutti dovrebbero studiarlo, c’è sempre da imparare da lui. E adesso è sicuro di poterli tenere tutti al Napoli l’anno prossimo? «Non solo: vorrei aggiungerne altri. Mi piacerebbe avere un americano, perché in America anche se il campionato vale poco ci sono grandissimi giocatori che risplendono in nazionale. E poi un giapponese, avendo già un coreano, visto che c’è un grande sviluppo del nostro calcio in Oriente e ci sono nuove entrate da considerare. Ma non vorrei mandare via nessuno dei nostri».

Ma quando lei ha preso il Napoli, nel 2004 in Serie C, che sogno aveva? «Ha mai sentito parlare di Barry Diller? Era un allievo nella fucina di mio zio quando si era trasferito in America. Mio zio lo raccomandò alla Paramount di Charlie Bluhdorn, proprietario della Gulf and Western Industries. Diller diventò molto amico di Murdoch e lo convinse a entrare nella televisione unendo i grandi titoli di cinema e dello sport. Ed ebbe un grandissimo successo. Io mi dissi: noi siamo di origini napoletane, il cinema lo facciamo, ci manca il calcio. Nel 1999, ricordo come se fosse ieri, mi presentai ai giornalisti con un assegno della Bnl di 120 miliardi di lire per comprare il Napoli, lo strappai in due e dissi che lo avrei riunito dopo aver fatto la due diligence. Ferlaino mi fece causa, adducendo che gli avevo distratto la campagna abbonamenti. Tornai negli States. Nel 2004 in vacanza a Capri appresi dai giornali che il Napoli era fallito. Preparai 37 milioni in assegni circolari, e ricordo una grande litigata con il presidente del Tribunale. Io volevo solo poter andare alla Federcalcio e farmi riconoscere l’emblema del Napoli. Mi dissero che come regalo potevo ricominciare dalla Serie C: ah, grazie. Ho girato campi del Sud dove mi sputavano sulla testa e dovevo barricarmi per quattro o cinque ore negli spogliatoi a fine partita. Però lo trovavo molto divertente: “Sono venuto da Hollywood a farmi massacrare”. È stata una scuola di vita per capire il calcio e la territorialità. Lo sa che io non ho mai perso una assemblea di Lega? Molte proprietà non vengono mai». La racconta come una storia americana: si riparte da zero e si ricostruisce per vincere. «È stato un insegnamento di mio padre che mi ha fatto fare un po’ tutte le varie esperienze. Nel cinema devi essere capace di creare, realizzare e commercializzare. C’è una frase che mi contraddistingue: ci sono gli imprenditori che vogliono fare impresa e ci sono i prenditori che vogliono fare presa. Se io dovessi fare i film che piacciono a me non avrei mai successo. Devo interpretare i gusti del pubblico».

Nel calcio qual è l’operazione che le ha dato più soddisfazione? «Nel Palermo vedevo questo giocatore con i capelli lunghi all’ala destra: era Cavani. Mi dicevano: non è roba per noi. Chiamai Zamparini, mi disse: “Lo vuoi? Dammi 19 milioni”. “Te ne do 18”. “Guarda che prendo l’aereo e vengo lì”. Dopo due ore era nel mio ufficio. Ricordo che stavo dando Quagliarella alla Juve, giocavamo all’estero, sugli spalti c’era il caos fra i tifosi contro di me. Cavani segnò due gol e Quagliarella era già dimenticato. Un grande campione, Quagliarella, lo ha dimostrato anche alla Sampdoria, mi è dispiaciuto poi scoprire che aveva un grosso problema poi risolto».

È vero che pensa di trasferirsi a Napoli? «Da quando sono nato vado a Capri. Vedevo Napoli attraverso gli occhi dei miei parenti: mio padre, mio zio, le sorelle di mio padre, tutte torresi, mio nonno, che veniva dall’Irpinia. Avevo un’immagine magica della città. Quando l’ho vissuta più da vicino, l’ho trovata estremamente diversa dai miei sogni. Ma siccome sono un sognatore, mi sono detto: Aurelio, vai per la tua strada, non ascoltare nessuno. Le difficoltà mi stimolano, mi rendono più operativo: se una cosa è facile, non c’è nemmeno gusto. Adesso ho trovato un questore straordinario, un sindaco fantastico, un prefetto formidabile: andiamo d’amore e d’accordo e filiamo dritti come un treno. La risposta è sì? «La risposta è che io sto a pieno servizio con il Napoli, a mezzo servizio con Roma e Los Angeles. Pensi che Los Angeles la sto trascurando da un anno e mezzo».

Lei ha dei rapporti buoni con il mondo della politica e dell’economia. Ritiene che sia stato un errore liberarsi in anticipo di Draghi? «Io sono sempre stato un grande estimatore di Draghi, mi ha chiamato per complimentarsi per lo scudetto. Gli ho detto che avremmo bisogno di unificare la sua figura come economista — perché io sono dell’idea che non si può fare politica senza fare economia — e la caparbietà, la capacità, la passionalità di una politica che dà tanti anni sta sulla scena e ha fatto la gavetta come Giorgia Meloni. “Voi due insieme sareste imbattibili”. Però bisognerebbe cambiare la nostra Costituzione fondando una repubblica di tipo presidenziale». La strada è sempre quella delle riforme, dunque. «Nella vita bisogna essere sempre in fieri. Ha presente la battuta finale di A qualcuno piace caldo? “Nobody’s perfect”. Nessuno è perfetto, ci ho fatto anche un film con Pozzetto e Muti. Bisogna sempre aggiustare, cambiare. Non è che una riforma costituzionale risolva tutti i problemi».

Quanto deve all’esperienza in America? «Mio zio mi ripeteva: l’America è una bellissima donna, se uno riesce a farci l’amore è ripagato, altrimenti è sconfitto. Se in America non hai successo, non puoi consolarti come invece a Napoli, quando basta aprire la finestra e guardare il golfo. Come fai a essere depresso a Napoli? Pensa di aver più dato o ricevuto da Napoli? «Penso di aver più ricevuto. Per me dare è normale: non chiedo mai niente in cambio. Ai miei figli ripeto: cercate di non fare mai le cose per avere altro in cambio, non vi aspettate nemmeno un grazie, siete voi che dovete ringraziare gli altri».

C’è qualcosa che non sappiamo di Aurelio De Laurentiis? «Tutti pensano che io sia molto serioso. Ma io ho fatto divertire tutti gli italiani con le mie commedie. Sono uno impegnato, rispettoso della regolarità e della legalità. Ma poi sono un grandissimo casinaro. A vent’anni ero irriducibilmente tosto, mio padre invece era un dolcissimo diplomatico. Una volta andarono a dirgli: “Hai fatto un figlio che…”. E lui li bloccava: “Calma, Aurelio nella misura in cui riesce a romperti i coglioni si realizza”. Io origliavo dietro la porta. Entrai, me lo abbracciai e lo baciai».