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Allegri-Conte, la differenza tra i due è stata evidente già alla presentazione – GdS

Sara Ghezzi
Cornici meravigliose per entrambe le presentazioni

La presentazione di Massimiliano Allegri come nuovo allenatore del Napoli ha mostrato già le prime differenze con quella che fu di Antonio Conte come sottolinea l'edizione odierna de La Gazzetta dello Sport entrambe però sono avvenute in una cornice fantastica. A seguire un estratto dell'articolo.

Allegri-Conte, la differenza tra i due è stata evidente già alla presentazione

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"La differenza è tutta nello stato d’animo. Dal teatrino di corte del Palazzo Reale al San Carlo, dal campionato alla Champions, l’allargamento degli spazi è simbolico, la rappresentazione no, tra Antonio Conte e Max Allegri lo scarto è emotivo e l’opera diversa per musica e libretti. Due anni fa Conte era contratto e veniva a costruire una squadra che si era dissolta nella gestione della vittoria spallettiana, Allegri arriva a controriformare trovandosi a dover potare una rosa affollata, dovrà scegliere e disegnare, ma ha una ossatura forte. Conte fece pressing sui calciatori e sul club, chiese lavoro e sacrifici, anche di portarsi dietro il dolore di una annata con tre allenatori, tanti mugugni e un decimo posto con troppi gol presi. Allegri ha nascosto il pallone, è stato ironico e sfrontato, una volta superata l’emozione del palco e preso le misure alla location «anche troppo per me».

 Ma De Laurentiis concepisce tutto come spettacolo e anche quella «religione laica» come aveva capito Manuel Vazquez Montalbán è diventata molto americana, proprio come i Mondiali di Infantino e Trump che gli piacciono tanto. Per questo ha scelto una dimensione teatrale sia per Conte che per Allegri. Ma il teatrino di Palazzo Reale marcava Conte a uomo, il San Carlo ha marcato a zona Allegri consentendogli più movimento, soprattutto in sottrazione, lasciandogli spazio per le lacrime e un cavallo che gli voleva vendere De Laurentiis in una sera sbagliata. Conte recitò da padre dolentissimo, divenne subito un Lutero, mise in chiaro che cambiavano le cose, che arrivava una durezza che non c’era mai stata e che poi ha dato i frutti con scudetto e Supercoppa, reggendo la tensione fino alla fine. Allegri si è molleggiato tra le parole, tenendosi largo in un rilassato autocompiacimento tra rosa e Champions League, per le due sue finali, ma senza vanto, con una semplicità bambina tipo: le cose ci sono e poi tornano. Dove Conte avrebbe detto: le cose si fanno per entrare nella storia. Possibilità e unicità. Conte apparve in trincea, acuto e refrattario, Allegri si è mosso alla ricerca di una reciproca lealtà con De Laurentiis, mostrando la conoscenza di Manna e rivendicando i suoi difetti, conosciuti bene dal ds.

 Conte aveva negli occhi una città che non conosceva e che lo sorprendeva ad ogni angolo di strada e per ogni gesto, Allegri la conosce bene anche se ne conosce una diversa e che vide in un momento triste, ma avendo giocato a Napoli ha già la mappa emotiva: i picchi di febbre carnevalesca nella vittoria e le cadute di gelo eduardiane nella sconfitta. Volendoli iscrivere nella storia letteraria: Antonio è un personaggio di Domenico Rea che sta sempre in connessione con il proprio passato, pronto alla «vampata di rossore», mentre Max lo è di Raffaele La Capria con questo attaccamento alla «bella giornata». Conte era solo con De Laurentiis, Allegri ha diviso il palco col presidente, suo figlio Edoardo, Manna e Chiavelli. C’era una ferocia in Conte che poi ha dato i frutti – soprattutto il primo anno – che serviva ad accompagnare le sue richieste di grande lavoro e testa bassa, costruzione dell’identità e della mentalità: stava cambiando le regole del convento. Allegri, ha sottolineato che eredita il convento – per la seconda volta e confida nella stessa fortuna che ebbe alla Juventus, discorso che piace molto a De Laurentiis – ricevendo il paradigma egemone da esportare – complice il sorteggio – in Europa. Coltivando una evasività piena di entusiasmo, come Rino Gaetano non giudicava mai i film senza prima, prima vederli, Max non parla mai dei calciatori – De Bruyne e Lukaku, sempre ammesso che torni – senza prima, prima allenarli. Conte ha costruito il Napoli nel conflitto e nella contrapposizione, Allegri sembra volerlo costruire nella distensione; rivoltando la parola aziendalista, ha parificato i reparti, bordeggiando Conte che disse che si attacca e difende insieme: i gol si segnano e si prendono con tutta la squadra. Allegri dice che «il calcio è bello perché opinabile», Conte ribadì che «nella vittoria come nella sconfitta non devono esserci attenuanti per non aver dato il massimo». Sul palco Antonio Conte era cucito, trepidante, individualista. Max Allegri, invece, è apparso drappeggiato, intrepido, collettivista".