dito: anche la metodologia andrebbe rivista».
Cosa vuol dire?
«Al netto dei dati sui quali si ragiona, ti serve anche fare dei test».
Le è mai capitato?
«Parto proprio dalla mia esperienza personale. Mi sono capitate stagioni nelle quali non avevo nemmeno un infortunato, e magari quella dopo seguendo lo stesso metodo di lavoro, si facevano male tutti anche solo guardandoli».
E allora?
«E allora tocca fare dei test, tocca cambiare, non adagiarsi su una metodologia anche se l’anno prima ti ha portato dei risultati positivi. Perché le cose cambiano e non si può mai prevedere come possono evolvere. Ok i protocolli, sui quali bisogna sempre fare affidamento, ma poi è il campo a darti le risposte definitive».
Il calciatore può fare qualcosa per aiutare lo staff medico?
«Assolutamente sì. Quello che io chiamo l’allenamento occulto».
In cosa consiste?
«Lo staff medico e lo staff tecnico vedono un calciatore solo per alcune ore al giorno, ore che sono certamente inferiori rispetto a quelle che trascorre a casa. Lì è importante quello che fanno, come dormono, quanto dormono e che tipo di alimentazione fanno. Addirittura mi è capitato di chiedere ai fisioterapisti quanto tempo i giocatori trascorrevano sui lettini per capire quanto si dedicavano al lavoro di recupero».
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