Le dichiarazioni dell'ex direttore sportivo del Napoli
Mauro Meluso, ex direttore sportivo del Napoli, è intervenuto a “1 Football Club”, programma radiofonico in onda su 1 Station Radio, toccando diversi temi. Dal possibile effetto domino tra DS ad Antonio Conte e Giovanni Di Lorenzo, fino ad arrivare alla Nazionale e alla crisi del calcio italiano. A seguire le sue dichiarazioni.
Sul possibile effetto domino dei direttori sportivi
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"Sì, almeno da quello che si legge e da quello che risulta anche a me dai colloqui che ho avuto, c'è un grande movimento. Poi l'effetto domino funziona sempre: se si muove uno, di conseguenza se ne muovono tanti altri, un po' come succede con gli allenatori. Però credo che la figura del direttore sportivo classico, quella a cui appartengo io, cioè il direttore al centro del progetto di un club, stia un po' scemando. Sono cambiati gli scenari del calcio. Oggi molti club sono gestiti da proprietà straniere che hanno mentalità differenti. Per esempio, prima di venire a Napoli avevo lavorato allo Spezia, dove era arrivata una proprietà americana che voleva impormi un sistema basato sull'algoritmo. Io avrei utilizzato certi strumenti per scremare e supportare il lavoro, non per scegliere i calciatori. Loro invece volevano affidare le decisioni direttamente all'algoritmo e ho dovuto interrompere il rapporto, dopo una salvezza miracolosa in Serie A. Lo dico perché la figura del direttore sportivo in Italia, intesa come manager di un club di calcio, è sempre stata centrale. Quelli della mia generazione e anche della precedente hanno vissuto così questo ruolo. Ultimamente però si sta pensando in modo diverso e questo, secondo me, condiziona molto anche le scelte e le politiche dei club. Io credo che bisognerebbe tornare un po' a certe logiche del passato e valorizzare il merito di chi lavora con onestà, perché l'onestà deve essere al primo posto. Chi fa questo mestiere in maniera seria deve avere la possibilità di lavorare nei club importanti. Quando arrivai al Napoli, per certi versi fu anche una scommessa, perché non venivo da Juventus, Milan o Inter: arrivavo dallo Spezia. Però probabilmente ci sono arrivato anche perché nel tempo mi sono costruito un'immagine di persona leale, pulita, normale, che prova a fare il proprio lavoro con correttezza. Penso che questo abbia contato nella scelta di De Laurentiis”.
Sulla differenza tra Conte e Garcia
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“Conte non è considerato vincente: Conte è vincente, lo ha dimostrato con i fatti. È uno che sacrifica tantissimo della propria vita e del proprio carattere per il lavoro. Sono convinto che quando perde una partita soffra davvero e probabilmente va a casa e continua a pensarci. Questo fa parte del suo carattere e lo ha portato a diventare quello che è. Non che Garcia non mettesse anima e impegno, perché io ho lavorato con lui e posso dire che è un professionista serissimo. Però la gente spesso non ti giudica solo per quello che dici, ma per il contesto in cui sei. Garcia arrivava da un'esperienza difficile ed era stato scelto dal Napoli campione d'Italia. Molti lo vedevano come una scommessa. Conte invece è uno che in Italia ha vinto tanto. Magari non ha vinto in Europa, ma ha costruito un percorso importante. Quindi, se Conte dice una cosa, viene percepita con maggiore positività. Sostanzialmente è questa la differenza: dicevano concetti simili, ma in momenti storici diversi e con un passato recente differente. Io poi ho sempre adorato Zdenek Zeman, che è stato il mio allenatore quando giocavo. Ho con lui un rapporto di grande stima e amicizia. Mi è sempre piaciuto il suo modo di intendere il calcio: attaccare sempre, senza preoccuparsi troppo di difendersi, cercando di fare un gol in più dell'avversario. Per questo certi principi li capisco, ma personalmente la penso in maniera diversa”.
Sulla crisi della Nazionale e del calcio italiano
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“Per parlarne davvero servirebbero due giorni, però provo a essere sintetico. Noi ce la siamo presa prima con Spalletti, poi con Gattuso, ma il problema viene da molto più lontano. Il calcio non è una scienza esatta, ma ha una sua logica. Negli ultimi vent'anni abbiamo fatto poco come sistema. La Federazione ha il potere di indirizzare determinate scelte nell'interesse nazionale. Senza voler attaccare nessuno, credo che si sarebbe potuto fare molto di più per aiutare il calcio italiano. Per esempio, è chiaro che con la libera circolazione dei lavoratori non puoi imporre a una squadra di far giocare un certo numero di italiani. Però si potevano introdurre meccanismi nei settori giovanili o formule che incentivassero la crescita dei nostri talenti. Se tu imponi che nelle liste ci siano un certo numero di italiani, automaticamente i club investono di più nei vivai e si crea un sistema virtuoso. Maradona nasce una volta sola, ma i talenti vanno coltivati. Totti, Baggio, Del Piero, Bruno Giordano erano grandissimi giocatori, ma il loro talento è stato anche sviluppato e valorizzato. Oggi questo percorso in Italia manca. Per fortuna ci sono tecnici molto preparati, penso a Carmine Nunziata o ad Alberto Bollini, che stanno facendo bene con le Nazionali giovanili. Però poi manca il passaggio successivo, lo sviluppo. Le grandi nazioni europee hanno programmato investimenti e strategie anni fa. I risultati li raccogli dopo dieci o vent'anni. Noi non lo abbiamo fatto e oggi ne paghiamo le conseguenze. Per questo non possiamo prendercela soltanto con un allenatore. La crisi della Nazionale ha radici molto più profonde”.