Il presidente del Napoli ha rilasciato un'intervista alla Rai il 26 luglio scorso
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Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli, ha rilasciato un'intervista alla Rai il 26 luglio scorso, ripercorrendo la storia del club azzurro e dei suoi 22 anni di gestione.
Presidente, agosto 2004: siamo a luglio 2026. Ventidue anni, quasi un quarto della storia del Napoli. Una storia che, in questo quarto di secolo, avrebbe anche potuto non esistere, perché lei ha preso il Napoli dal fallimento e c'era il rischio di non festeggiare questo centenario. Questi 22 anni hanno portato il Napoli in alto. Che percorso è stato? Come lo ha vissuto? Come lo ha portato avanti?
«Beh, sono stato un incosciente, perché ho pensato a un film dove non c'era una sceneggiatura. Io non ho mai fatto, in vita mia, un film che non partisse da una mia idea e che avesse una sceneggiatura di ferro. Però è stata una continua emozione, perché partire da un fallimento e dire: "Vabbè, ma il Napoli non esiste più"... In fondo avrei potuto chiamarlo anche con un altro nome, ma per rispetto a quello che aveva già compiuto, vincendo due scudetti con il grande Maradona, e per rispetto ai milioni di tifosi, io ho detto: "Vabbè, andiamo avanti con il Napoli". Io venivo dalla pallacanestro, non avevo mai giocato a pallone, quindi per me è stata un'esperienza straordinaria. Piano piano, con grande umiltà, ho imparato che, in fondo, la mia linea continua, quella che mi ha sempre accompagnato nella vita, è guardare al futuro in maniera positiva. La gente mi definisce un visionario e, in fondo, ho sempre indovinato quello che sarebbe accaduto. Siamo riusciti ad avere un Napoli forse mai così vincente. Sì, è vero, Maradona lo abbiamo avuto solo noi: un unico, grande, irripetibile giocatore nella storia non soltanto del Napoli, ma del calcio mondiale. E quindi era molto difficile distinguersi. Nonostante ciò, noi per 16 anni siamo stati l'unica squadra sempre presente in Europa. Partire da un fallimento, ricominciare da zero e, piano piano, mettere insieme un puzzle che ci porta oggi sul tetto del mondo, con più di 100 milioni di follower, non è una cosa da poco. Quando abbiamo fatto la sfilata sul lungomare per lo scudetto vinto con il nostro Antonio Conte, alle due del pomeriggio, Rai Italia – cioè la Rai che non trasmette in Italia ma in tutto il mondo – ha avuto uno share pazzesco, perché 70 milioni di persone hanno visto quella sfilata. Una cosa incredibile, inimmaginabile.»
È stato un grande successo, con immagini straordinarie che, tra l'altro, mostreremo nel nostro speciale. È una delle grandi emozioni che ha vissuto, ma c'è una classifica delle sue emozioni personali in questi 22 anni?
"Ma sai, Napoli Calcio si confonde con Napoli città, perché Napoli è una città molto particolare, divisa, come dice il nostro amico Maurizio De Giovanni, tra paradiso e inferno. Quindi è un purgatorio continuo. Io, però, questo purgatorio l'ho toccato poco: l'ho toccato sui campi della Serie C. Ti ripeto, essendo ormai da 16 anni sempre in Europa, abbiamo toccato il cielo con un dito e, per noi, è sempre stato un paradiso. Quindi, se dovessi definire il Napoli, potrei definirlo una costante da scudetto e da Champions. La Champions ci manca. Chissà se Allegri ce la porterà. È sempre un obiettivo. Si va sempre per i massimi obiettivi".
Se i 100 anni del Napoli fossero un film, quali scene sceglierebbe per un trailer?
"Ma sai quale trailer? Una volta dicevano che ero bravissimo a lanciare i miei film. Inventavo dei trailer e facevo anche dei bellissimi spot radiofonici, che addirittura misuravo con la mia voce per stare nei tempi. Come lo potrei immaginare? Potrei immaginare un Vesuvio straordinario che erutta dalla sua bocca centinaia di milioni di palloni infuocati, ma infuocati d'azzurro".
Lei parlava di Allegri. Qualche giorno fa, in conferenza stampa, ha detto: "È molto importante avere una persona, un volto, una voce con cui confrontarsi: un presidente vero, non un fondo". Questo, però, comporta naturalmente degli sforzi da parte di chi fa l'imprenditore, come lei. Come si conciliano i sacrifici dell'imprenditore con la passione per il calcio?
"Sai, come già ti ho detto, il cinema è stato un grande educatore a essere imprenditore, non prenditore. Quando vuoi fare impresa è ovvio che, oltre alla testa, oltre al cervello e oltre alla passione, devi mettere anche i tuoi investimenti. Quindi investire nel Napoli, per me, è stato naturale. Siamo partiti, lo ripeto, dal fallimento, dalla Serie C. Stare due anni in Serie C, per uno che veniva da Hollywood, non era una cosa semplice, però è servito anche quello. Il primo anno sono partiti più di 100 milioni per stare in Serie C: è uno sforzo non indifferente. Poi, però, abbiamo trovato anche la capacità economica e finanziaria di tirare fuori, da questo straordinario terreno che non è minato ma è pieno di intelligenza, questa volta non artificiale ma veramente umana, il meglio della napoletanità. E con quella siamo andati alla meta, sempre autofinanziandoci e trovando sempre una possibilità di innovare. Perché, vedi, l'importante è innovare. L'avete visto anche con la mia idea dell'autoproduzione delle maglie e del materiale tecnico, con l'avvicinamento all'amico Giorgio Armani, che con grande simpatia ha deciso di accompagnarci. Sono state tutte intuizioni e opportunità che non ci siamo lasciati sfuggire e che ci hanno accompagnato in questo lungo percorso. Ormai tu parli del centenario, dei 100 anni, ma in realtà lo sai che tutto iniziò già alla fine dell'Ottocento, con lo sbarco dei marinai inglesi a Napoli, al Mandracchio. Da lì è partita questa grandissima avventura".
In questi anni alla guida del club c'è stata una decisione particolarmente difficile che ha dovuto prendere? Magari una di cui, col senno di poi, si è pentito?
"No, io non mi pento mai, perché nella vita bisogna sempre guardare avanti. Tutto ciò che fai, anche gli sbagli, sono un insegnamento che ti fa crescere e maturare. Se ci sono stati degli errori, forse è stato quello di essere stato troppo signore nel non applicare, in maniera pedissequa e giuridicamente inoppugnabile, i contratti che avevo. Delle volte mi sono lasciato trascinare più dal cuore che dalla responsabilità imprenditoriale e, laddove avrei potuto costringere qualcuno a continuare il proprio lavoro, invece ho acconsentito a lasciarlo andare. Poi ne abbiamo pagato le conseguenze, ma anche questo insegna. Magari in futuro avrò una scorza maggiore, una maggiore durezza e una minore condiscendenza. O forse no, perché credo che Aurelio è Aurelio e non lo si cambia. Il mio augurio è che Napoli, per altri cento anni, possa restare sul tetto del mondo".
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