Quando è arrivato c'era una squadra da ricostruire non tanto a livello numerico, ma di testa. L'anno post scudetto di Spalletti è stato un vero fallimento, terminato al decimo posto e con tre allenatori che si sono alternati. Sorprendentemente il tecnico salentino ha vinto uno scudetto trovandosi con una rosa ridotta e a volte con gli uomini contati, eppure è riuscito a superare la corazzata Inter, (poi se altri vogliono raccontare altro facciano pure), ma il risultato è quello che conta. Le aspettative nella sua prima stagione, in cui veniva richiesto il ritorno in Champions League, sono state ampiamente superate eppure in tanti hanno ridotto il tutto al semplice: "Ma senza coppe era facile per Conte". Eppure in questo campionato per il Milan di Allegri non ha funzionato lo stesso mantra.
Quindi c'è la necessità di analizzare per quale motivo addosso ad Antonio Conte piovano critiche come se fosse arrivato al 15esimo posto. La verità, come lui stesso sa, è che il suo nome porta aspettative e quasi un obbligo, vincere senza se e senza ma, e se non lo fa diventa un fallimento, un allenatore da cacciare via, un nemico da guardare da lontano. Eppure basterebbe un pizzico di razionalità in più ed analizzare lucidamente il tutto. Ed ecco che passiamo al momento in cui chi scrive prova ad indossare i panni della giornalista tutta di un pezzo.
Le aspettative
—Il mercato estivo del Napoli, lo scudetto vinto e la permanenza del tecnico, avevano il sapore di una stagione gloriosa, sembrava certo il bis e addirittura qualcuno quasi sognava di vincere la Champions League. Poi, però, bisogna fare i conti con la realtà e che a volte si sogna troppo in grande. È innegabile che la stagione non sia filata liscia, che ci siano stati troppi problemi tra cui una quantità di infortuni enormi, che meriterebbero una risposta, conferenze mancate e bocciature poco comprensibili, ma è altrettanto vero che non c'era alcun obbligo di fare il bis. Con questo, chi scrive non vuole fare l'avvocato difensore di Conte perché tra poco arriveranno le critiche da cui non è esente, ma preme far chiarezza sul fatto che il secondo posto e la Supercoppa, forse sono arrivate proprio grazie alla sua presenza che per tanti è un problema.
Le dolenti note
—Ora arriviamo alle dolenti note, Conte ha fatto diversi errori in quest'annata. Lo scorso anno una delle cose che chi scrive aveva maggiormente apprezzato è stata la comunicazione del tecnico, in questo secondo round della sua avventura, questa ha lasciato a desiderare. Diverse uscite andavano risparmiate e forse qualche risposta in più doveva essere data oltre alle conferenze pre-partita evitate del tutto. Primo punto sviscerato, ora passiamo al secondo che riguarda gli infortuni. Questi non sono da additare al solo metodo di lavoro del tecnico, come non sono solo colpa dello staff medico e qui che arriva il corto circuito della comunicazione tra le due parti e forse, sulla poca voglia di prendersi le responsabilità, facendo uno scarica barile. Terzo punto, la gestione dei nuovi arrivi che sono stati richiesti da lui stesso, in particolare la questione legata a Lucca, Lang e Beukema. Cosa è successo? Perché prima sono stati tanto cercati e poi sono finiti tra i bocciati? Solo un problema caratteriale? Chi li ha scelti davvero? Quarto punto, è vero il Napoli ha avuto una quantità di stop che non hanno aiutato, ma l'aspetto che si può obiettare al tecnico riguarda la deludente Champions League e il non aver mai lottato veramente con l'Inter per lo scudetto. Non va da imputare la non vittoria, ma il non essere stato in lotta.
Sviscerate le critiche e arrivati al termine di questo lungo articolo viene da sé l'idea che forse l'addio di Antonio Conte non è una liberazione per il Napoli e che forse questo ambiente deve capire bene la direzione che vuole prendere, perché esultare per la possibile separazione con uno degli allenatori migliori d'Europa dimostra che forse qualcosa non sta andando al 100%.
A cura di Sara Ghezzi
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