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Ventura: “Insigne solo 30′ contro la Svezia? Con me ha semre giocato!”

Redazione

Gian Piero Ventura, il «maestro di calcio» ora per tanti solo il «c.t. del mancato Mondiale». Un’etichetta, condita da tutte le critiche del mondo, che si porta dietro dal 13 novembre 2017 giorno in cui la Svezia a Milano ci ha superati allo...

Gian Piero Ventura, il «maestro di calcio» ora per tanti solo il «c.t. del mancato Mondiale». Un’etichetta, condita da tutte le critiche del mondo, che si porta dietro dal 13 novembre 2017 giorno in cui la Svezia a Milano ci ha superati allo spareggio per Russia 2018. Ieri 18 giugno, a distanza di quasi sette mesi, la Svezia ha battuto la Corea del Sud nella partita che poteva vedere in campo noi. Una ferita che si riapre per i tifosi italiani e anche per lui. Dopo la disfatta, Ventura si è ritirato nel suo silenzio, interrotto solo da una recente apparizione a «Che tempo che fa». Quello che si concede alle colonne della Gazzetta dello Sport per raccontare la sua verità è innanzitutto un professionista che ha cercato di rimettere a posto i pezzi di un puzzle che gli si è scomposto tra le mani. Quindi c’è il tecnico che ammette gli errori ma rimarca una carriera che non può essere dimenticata in pochi mesi. E infine, ma sopra a tutto, c’è l’uomo, su cui pesa l’idea di aver deluso milioni di appassionati, ma che, come tutti gli uomini di sport, vuole però che gli venga restituito il rispetto e riconosciuti quei valori di correttezza e serietà su cui ha basato la carriera.

Ventura, ma lei il senso a questa storia che ci ha estromesso dal Mondiale, l’ha trovato?

«Non ho trovato un senso, ma ho una spiegazione: ho fatto calcio per 35 anni, sul campo, ma non mi sono mai occupato della politica sportiva, non ho mai fatto parte di un Sistema. Ho sempre pensato che l’essere conta più dell’apparire. Che produrre conta più che promettere. Il progetto che avevo messo sul tavolo stava andando bene. Avevo ereditato l’Italia più anziana degli ultimi 50 anni e la stavo svecchiando con l’inserimento massiccio di giovani: ho fatto esordire 14 giocatori nuovi. Se ci fossimo qualificati questi giovani sarebbero stati inseriti nella lista per il Mondiale dove continuo a credere che l’Italia avrebbe fatto bene. Russia 2018 doveva essere il trampolino di lancio per essere poi tra i favoriti all’Europeo 2020. Tutto aveva un senso e ha funzionato fino alla gara con la Spagna. Siamo arrivati a quella partita reduci da 7 vittorie e 2 pareggi e dell’appoggio dei tifosi. Dopo quella gara è partita invece una demolizione senza precedenti, un delitto premeditato mai visto.».

La Spagna dunque è stata lo spartiacque della sua (dis)avventura azzurra?

«Senza alcun dubbio. Dopo quella sconfitta è iniziata una delegittimazione continua: sono diventato l’unico colpevole di tutti i mali. La Figc spettatrice, la squadra salvata: tutta colpa di Ventura. Ventura ha preso il palo, Ventura ha sbagliato il gol, Ventura ha fatto uscire l’Italia dal Mondiale, Ventura ha fatto commissariare la Figc. Fino alla Spagna io ho fatto l’allenatore della Nazionale, dopo ho fatto il pungiball».

Allenatore? Voleva dire c.t.

«No, io ho allenato, ma non sono mai stato il c.t. Perché quella è una figura istituzionale, che implica il rispetto e il sostegno di chi gira intorno a lui. E io non l’ho mai sentito davvero fino in fondo. Già prima della Spagna mandai un’email ai vertici della Federazione dicendo che mi sentivo solo, non più al centro di un progetto, senza sostegno. Non a caso i giornali in quei giorni titolarono: “Ventura, un c.t. solo.”. C’erano già stati atti che andavano verso una delegittimazione mai vista. E pensare che ero ancora imbattuto».

Mi perdoni, la fermo subito. Se già sentiva intorno a sé terra bruciata, perché è rimasto?

«Me lo chiedo anche io.Per passione, per affetto, per presunzione, non lo so bene neanche io. So solo che in quel momento sentivo forte dentro di me l’attaccamento all’Azzurro e a tutto quello che per me aveva sempre rappresentato. Sentivo che nonostante tutto ce l’avremmo fatta. Di certo questa è una mia grandissima colpa. Dovevo dimettermi quando dopo essere stato scelto da Lippi, che doveva essere il d.t., mi ritrovai senza più Marcello accanto. Dovevo dimettermi dopo che era stato annunciato che sarei stato io il d.t. di tutte le Nazionali e invece quella carica fu affidata ad altri per motivi “elettorali”. Nel calcio, come in una azienda, se vieni delegittimato, non conti più, sei un bersaglio, puoi solo sbagliare».

E si ritorna alla Spagna…

«Un minuto dopo la prima sconfitta tutti già chiedevano le mie dimissioni, in tv nelle trasmissioni c’era l’hashtag #acasaventura. E dicevano tutti che dovevo vergognarmi.E di cosa? Di aver perso contro la nazionale più forte del mondo? Quella che poi ha rifilato 6 gol all’Argentina? Tre giorni dopo, contro Israele, dopo 10 minuti lo stadio di Reggio Emilia già fischiava. Una cosa mia vista. In quel momento dovevo capire che l’avventura era finita. E per la terza volta ho sbagliato a non dimettermi. Andando incontro a uno stillicidio quotidiano. Non c’è stata una sola persona, né dentro né fuori le istituzioni sportive che abbia preso le mie difese».

Un doppio confronto con la Svezia con una vigilia pesante.

«Sembrava non si aspettasse altro che una caduta. Tutti al momento dell’uscita del calendario sapevamo che l’Italia, salvo miracoli, sarebbe andata agli spareggi. Una volta lì, è stato dipinto come un incubo. C’era un clima da resa dei conti, sono finito dentro un ingranaggio più grande di me. Si anticipava che l’uscita dell’Italia avrebbe portato, come poi è successo, non solo la mia caduta ma altri cambiamenti. Tanto che io mi sono chiesto: ma chi voleva andare davvero ai Mondiali?».

E si è dato una risposta?

«Non lo so. Sicuramente i tifosi italiani».

Si porta dietro molti dubbi.

«Bastava arrivare uniti a quel doppio confronto, qualificarci e poi salutarci. Cosa che avevo già preannunciato di fare. Al Mondiale non sarei andato comunque. Invece venne scritto che avevo abbandonato il ritiro e tante altre sciocchezze per minare l’ambiente, senza che nessuno facesse muro. Come se convenisse il caos. Infatti dopo l’eliminazione è partito il tutti contro tutti che ha portato al Commissariamento, che molti attendevano».

E qui si rientra nella politica.Torniamo al campo: si è detto che lei a un certo punto ha lasciato troppo spazio ai senatori della Nazionale. Prima della gara con l’Albania c’è stato il famoso discorso dei big alla squadra.

«Altro episodio che testimonia la voglia di creare confusione. Buffon, Chiellini e Barzagli vennero da me a chiedermi se potevano parlare ai compagni più giovani per spiegare loro il peso della maglia azzurra. Ho detto sì, pensando fosse utile un confronto tra di loro, senza di me. Ma è passato per un ammutinamento. La traduzione è stata: Ventura è stato sfiduciato, comandano i senatori. Cosa più falsa non poteva esserci».

Mister eppure, anche col mondo interno contro, sarebbe bastato battere la Svezia..

«Con quelle premesse anche battere una nazionale alla nostra portata è diventato una montagna. Il palo, la sfortuna, neanche mezzo tiro in porta subito, gli infortuni, le polemiche. Ha concorso tutto per l’esclusione. Ma la colpa è stata solo di Ventura, il capro espiatorio di un movimento in crisi di identità. Bersaglio ideale. Io le mie responsabilità me le prendo tutte. Sono l’allenatore della Nazionale che non è andata ai Mondiali. Ma la colpa più grande che ho è stata quella di non voler abbandonare la nave, avrei dovuto farlo in almeno tre o quattro occasioni».

La riporto in panchina: ma lei ha fatto scelte sbagliate?

«Dopo la partita con la Spagna ogni scelta poteva essere potenzialmente sbagliata, perché tutto è stato messo in discussione».

Il caso Insigne: giocò solo mezz’ora nella prima gara con la Svezia e non entrò nel ritorno. Fu colpa grave?

«Con me Insigne aveva giocato sempre. Ho fatto delle valutazioni in base all’atteggiamento tattico della Svezia che non metteva in condizioni Insigne di esprimere al meglio le sue caratteristiche. Ma stia pur certo che se avesse giocato Insigne, il problema sarebbe diventato El Shaarawy o un altro».

De Rossi che a San Siro in panchina dice: «Non devo scaldarmi io, ma Insigne». Un’immagine che ha fatto il giro del mondo.

«Però nessuno ha mai chiesto a De Rossi con chi stesse parlando. Non ce l’aveva con me, ma con il preparatore atletico. E’ abitudine mandare i giocatori della panchina a scaldarsi prima di qualche cambio, ma Daniele non sarebbe entrato, non avevo dato alcuna disposizione in proposito. Però è servito anche questo per scaricarmi addosso di tutto».

Segnavamo poco: Balotelli sarebbe servito alla Nazionale?

«Balotelli avrebbe fatto parte dell’Italia che avevo in testa per i Mondiali. Ero andato a Nizza a parlarci per recuperarlo, non si era lasciato bene col gruppo azzurro. A Nizza aveva iniziato bene la stagione, andava reinserito al momento giusto, stavo creando quelle premesse. Sarebbe stato convocato per le amichevoli contro Argentina e Inghilterra».

Mario però sostiene di essere stato «abbandonato» e che lei non l’ha più cercato.

«Non è vero. Dopo l’incontro con lui dissi ad Oriali più e più volte di chiamarlo e “tenerlo caldo”, che lo seguivamo, che sarebbe stato convocato per un rientro da protagonista. Lavoravamo per Balotelli».

Ora sta seguendo i Mondiali?

«Sì, con interesse e amarezza. Resto convinto che avremmo fatto bene e saremmo potuti essere protagonisti con i giovani che stavano crescendo. Ma parlo sempre con le convinzioni che avevo fino alla partita con la Spagna. Dopo quella sconfitta e la delegittimazione che ne seguì, non ero più l’allenatore dell’Italia».

Argentina, Germania, Brasile: vedendo le grandi del calcio steccare, cresce il rimpianto. Non sono poi così forti.

«Che non sono cosi forti aspetterei a dirlo, perché quando parliamo di squadre di prima fascia, quindi di qualità, un risultato negativo non cancella le ambizioni. Magari la finale sarà Germania-Brasile. Aspettiamo a parlare».

Cosa si sente di dire ai tifosi italiani davanti alla Tv?

«Che dentro mi porto un rammarico gigantesco e mi dispiace da morire. So quanto loro ci tenessero a vedere l’Italia in campo. Io non ho pianto davanti alla tv dopo la Svezia, ma quello che ho provato dentro continuo a sentirlo forte ogni giorno e ogni notte».

Questa storia che un senso non ce l’ha, la ha più abbattuta o.

«Non le lascio neanche finire la frase. Non sono depresso, sono incazzato nero. Sono carico come una molla e non vedo l’ora di riavere per le mani una squadra per fare calcio. Il calcio che ho sempre fatto, senza interessi e politica intorno. Ho ascoltato tante falsità, retroscena inventati, mi sono stufato di fare il pungiball di tutta Italia. Ho dovuto anche leggere le lezioncine tecnico-tattiche da chiunque, anche da chi non ha mai allenato neanche all’oratorio. Ho 35 anni di calcio a parlare per me, in tre mesi sono passato da “maestro di calcio” a “Ventura mangia i bambini”. Nel calcio si vede di tutto, ma così è troppo».

Cosa augura a Mancini?

«Gli auguri glieli ho già fatti al momento dell’incarico. Sarò un suo tifoso, perché l’Azzurro è più di un colore. Spero che possa portare avanti le sue idee senza trovare chi gliele fa saltare. E che i giovani trovino spazio con continuità nei club di appartenenza».

E cosa augura a se stesso?

«Che si torni a rispettare l’uomo Ventura oltre che il tecnico. Sono un professionista che ha sempre dato tutto, una persona seria e per bene. Non voglio parlare delle capacità, che sono su un curriculum lungo 35 anni, però sulla correttezza e serietà nessuno può contestarmi e da lì riparto».

So che ha scritto un libro sulla sua avventura azzurra, lo tiene nel cassetto.

«Sto decidendo se pubblicarlo, c’è una storia di due anni, dettagliata dentro e fuori dal campo, ma soprattutto un indirizzo su quello che non deve più accadere se si vuole avere un Sistema pulito ed efficace».

Ventura arriveranno smentite a molte sue parole in questa intervista. «Non c’è una sola parola non vera. Non c’è futuro senza giustizia e non c’è giustizia senza verità. Le ho detto la verità». Gazzetta.