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L’ANALISI TATTICA – Caro Pirlo, altro che calcio liquido! La verità sulla vittoria della Juve in Supercoppa

Redazione

Si dice che nelle finali il tempo scorra più lentamente per le squadre in campo. Una quiete apparente dove ogni singolo gesto viene controllato, misurato più del dovuto, e che solamente un errore, una giocata, un episodio possa determinare un...

Si dice che nelle finali il tempo scorra più lentamente per le squadre in campo. Una quiete apparente dove ogni singolo gesto viene controllato, misurato più del dovuto, e che solamente un errore, una giocata, un episodio possa determinare un cambiamento di stato.

Per stanare Juventus e Napoli dai loro piani gara e cambiare finalmente ritmo alla partita, c’è voluto, in sequenza, un errore, anzi una serie di piccolissimi errori, una giocata, un episodio. E un po’ di fortuna.

Supercoppa Juve Napoli, le lacrime di Insigne sono un colpo al cuore

È il minuto 64’, su un calcio d’angolo teso ad uscire di Bernardeschi, Lozano spizza appena la palla, Petagna non riesce ad impattarla che carambola su un disattento Bakayoko, rimbalzando in un quadrato di area vuoto con Di Lorenzo che è leggermente in ritardo nella risalita veloce della linea. In una frazione di secondo, Ronaldo attesta la proprietà sulla sfera, battendo al volo da pochi passi Ospina. Una giocata d’anticipo in una catena di dettagli: è questo l’episodio decisivo per il proseguo della gara.

Fino a quel momento, Juventus – Napoli al Mapei Stadium è stata una partita per gli appassionati di tattica. Poca pericolosità offensiva per entrambe le squadre, una sola grande occasione nel primo tempo, del Napoli, con Lozano che di testa non riesce a piegare le manone di Szczesny su un inserimento a sinistra di Demme, tra i più brillanti in campo.

La squadra di Pirlo, schierata con un 4-4-2 più scolastico rispetto alle ultime uscite, mediocri, in campionato, si è affidata alle poche certezze avute in questa prima parte di stagione: Cuadrado e Danilo, due terzini suberbi per atletismo e capacità di sfruttare sia il gioco tipico sulla linea laterale che quello dentro il campo, risultando spesso dei registi neanche troppo occulti della manovra.

E Mkennie, il vero colpo di mercato bianconero, che, partendo dall’out di destra, ammattiva coi suoi contro-movimenti Mario Rui e Bakayoko – in dubbio se accorciare o meno sul centrocampista americano - esplorando con successo zone di campo libere.

L’affidarsi, poi, ad un regista mobile come Arthur ha permesso alla Juve di mantenere un possesso palla più difensivo e meno rischioso. Anche la scelta del pressing bianconero è stata conservativa, con la precisa consegna di indirizzare verso Manolas il pallone, prendendo a uomo i riferimenti offensivi del Napoli, in particolare Zielinski, considerato a ragione l’uomo chiave della manovra azzurra, francobollato da Betancur.

Altro che "calcio liquido" di Pirlo...

Insomma, piuttosto che il calcio liquido di Pirlo, così decantato, sinceramente si è visto il classico calcio sobrio patentato Juventus: difesa forte, calciatori sopra la media, gioco efficace. Niente di nuovo sotto il sole. Il Napoli, sul solco della continuità, si è presentato alla finale così come aveva schiantato la Fiorentina nell’ultima giornata di campionato. Gattuso ha riproposto una squadra compatta dal baricentro medio basso con un 4-4-1-1 in fase di non possesso, alternando momenti di pressing alto azionato da Demme su uno dei due centrali bianconeri, oppure quando la palla ritornava dalle parti di Szczesny.

Gli episodi premiano il campione...

Dopotutto, il rigore di Insigne si inserisce nello spartito dei momenti tipici della finale descritti sopra: errore di Mkennie, giocata d’astuzia di Mertens, episodio di rigore decisivo. Nulla da fare, nessuna quiete ristabilita. Palla fuori. Saltati gli schemi, ci sarebbe un’altra ghiotta occasione con Lozano su una bella incursione di Politano, tuttavia ancora Sczczesny para d’istinto. La rete in ripartenza di Morata a tempo scaduto è utile solo ai fini del punteggio.

Se la delusione suggerisce che il Napoli avrebbe potuto fare di più contro questa Juventus apparsa non imbattibile, bisogna comunque raccogliere favorevolmente l’equilibrio delle forze in campo. Una finale giocata alla pari, decisa da due macro episodi, testimonia il valore degli accorgimenti delle ultime gare, sperando che finalmente si sia trovata un’identità tattica che manca alla squadra da ormai tre anni a questa parte.

La vera insufficienza, probabilmente, è da ricercare sulla poca imprevedibilità in fase offensiva. Uscire fuori dallo spartito tattico, cambiare in corso, è necessario per sovvertire l'ordine di partite così sufficienti e sonnecchianti. Osimhen, per caratteristiche atletiche senz'altro, avrebbe dato qualche grattacapo in più alla difesa juventina. Senza dimenticare che pare sia venuto meno un aspetto altrettanto importante del gioco, quello emotivo. Ma sulla sfrontatezza, il coraggio, la così celebre mentalità che caratterizza una squadra, ancora non si è in grado di farne un'analisi.

Contributo a cura di Bruno Conte (allenatore UEFA C)