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VIDEO De Laurentiis: “Agnelli ha sbagliato sulla Superlega. Farò una serie tv sul Napoli”

NAPLES, ITALY - JUNE 13: Aurelio De Laurentiis, SSC Napoli president, before the Coppa Italia Semi-Final Second Leg match between SSC Napoli and FC Internazionale at Stadio San Paolo on June 13, 2020 in Naples, Italy. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Le parole del presidente del Napoli durante il Passepartout Festival

Giovanni Frezzetti

Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, durante il Passepartout Festival, ha fatto un lungo intervento in cui ha trattato vari temi, tra cui anche quello calcistico e quello della città di Napoli. Di seguito il video delle sue dichiarazioni e un estratto delle sue parole evidenziate dalla nostra www. 

Il presidente De Laurentiis parla di calcio e di Napoli

 (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Le parole di De Laurentiis:

"Io ho la scorta quando vado alla partita, ma quando sono a Napoli da solo mi rifiuto di avere la scorta, perché mi sento un uomo libero anche se qualcuno mi scrive ti uccidiamo, sei una merda perché magari l’ho fatto arrestare. Loro sanno che con me il compromesso non esisterà mai perché quando vado a dormire spengo la luce e non mi devo portare dietro i problemi, infatti, mi addormento subito. Se muoio domani, non ho problemi di coscienza da portarmi dietro".

Sulla Superlega:

"Sono riuscito a smascherare Blatter quando stava alla Fifa, Platini quando era alla Uefa. Adesso non sono riuscito ancora a dedicarmi a fondo al ripianamento totale del calcio a livello mondiale. La Superlega è figlia del fatto che le organizzazioni del calcio, le istituzioni, pensano di fare loro gli istituzionalisti con i soldi nostri, con i nostri investimenti. Che interesse ha un Real Madrid, una Juve, un Napoli a fare la Champions indebitandosi per poter fatturare 80-90 milioni in più se se ne sono spesi 200-300? Non quadra. Io faccio parte dell’Eca, ho sempre detto ad Agnelli che stava sbagliando con la Superlega perché loro volevano diventare gli attori principali del sistema, ma invece democraticamente bisogna lasciare la porta aperta a tutti. Dobbiamo stabilire un’altra competizione togliendola alla Uefa, tenendo la Uefa come segretariato generale, dando noi alla Uefa un x% sulle revenues e non facendoci pagare noi dalla Uefa. Io adesso ho 18 calciatori del Napoli in giro per campionati europei: se qualcuno si rompe e non mi torna sano per sei mesi, chi mi ripiana quei 100 o 50 milioni? La Uefa? No, e io perché ho dovuto prestare il mio calciatore? Per prendere degli spiccioli? Tu fatturi 3 miliardi e mezzo in 15 giorni? Allora ti devi sedere a tavolino e dobbiamo rivedere la situazione. Agnelli, Perez e gli altri hanno sbagliato ma non a dichiarare che il calcio è diventato fallimentare per colpa delle istituzioni".

Cosa farebbe per prima cosa a Napoli?

"Convincerei lo Stato a prendere misure importanti sul piano infrastrutturale. C’è una grande cultura partenopea, anche cultura di strada, che non va abbandonata, ma mutuata come attrattore sui visitatori. Alla città manca una classe dirigente con le palle, che abbia coraggio, e il coraggio viene se hai dei miliardi da investire. Il problema riguarda tutto il Sud. Se per andare a Reggio ci metto 5 ore e posso morire perché mi lanciano i sassi, vuol dire che il territorio non funziona. Se ancora stanno facendo la ferrovia per Bari su un progetto del 2011… Ha mai parlato con un soprintendente? Ce ne sono alcuni straordinari e colti, ma quando sento che a Firenze c’è un signore come Commisso che ha già speso milioni e lo stadio non glielo fanno toccare perché è un monumento… ma monumento de che? La gente ogni giorno è vessata e vuole andare allo stadio per sfogare e tu gli impedisci di modernizzarlo perché non si può toccare? La sovrintendenza è straburocratizzata e politicizzata quindi magari è contro Commisso perché è americano e rappresenta un potere da annientare".

È vero che suo padre le ha fatto crescere il suo rapporto con Napoli?

"Papà è andato via da Napoli negli anni ’30 per andare in Bulgaria e fondare un giornale. Mio zio Dino, che invece non aveva voglia di studiare, veniva mandato al Nord a riscuotere le cambiali dell’industria della pasta. Mio nonno lo vide arrivare dicendo che non gli piaceva quel lavoro, che voleva fare l’attore. Allora lo mandò a Roma al centro sperimentale, gli disse che se entro un anno non avesse avuto successo sarebbe dovuto tornare in azienda. Dino ci andò, ma come attore non ebbe successo, capì che il suo futuro era dietro la macchina da presa. Quando Mario Soldati fece due film importanti sul Lago di Como, Dino illuminò tutto il lago su Piccolo mondo antico, anche se c’era l’obbligo di non illuminare, e divenne famoso. Ponti se lo chiamò e nacque la Ponti-De Laurentiis. Mio padre è sempre stato la parte intellettuale del gruppo. Quando Dino volle andare in America stufo della legge Corona, noi abbiamo ricominciato daccapo con Renato Pozzetto. Pensi la vision di mio padre".

Cosa c’è in Maradona che convince Pennac a fare uno spettacolo su di lui?

"Maradona è stato unico e irripetibile. La fortuna e la sfortuna è che lo hanno avuto i napoletani. I  napoletani non hanno capito che con un calcio malato e viziato dalle istituzioni non si può sempre vincere lo scudetto. Maradona gli ha portato due scudetti perché era un angelo del paradiso e della morte messo insieme. Faremo una serie tv in tre stagioni sulla storia del Napoli, la prima dal 1984 al 2001, dove c’è Maradona. La stessa operazione fatta sulla pallacanestro, con interviste a chi ha giocato in quel Napoli, ci saranno 150 intervistati calciatori e la storia del Napoli, con le partite e ciò che ci è stato dietro, in 10 puntate. Poi la storia del Napoli dal 1924, prima della sua nascita, con la storia del ciuccio, fino al 1984. Questa sarà la seconda stagione. La terza stagione saranno i 17 anni della mia presidenza".

Vi siete presi anche il Bari. Il futuro è sempre più calcio o tv?

"Siamo entrati nel mondo dei gelati, delle costruzioni, delle automobili. Purtroppo sono un po’ bulimico sul piano della mia attività creativa. Quando mi viene un’idea sono attratto come con un’amante da accontentare. Il Bari è nato perché De Caro, del Pd di Bari, è un mio amico, mi ha chiamato e mi ha chiesto di interessarmene quando è fallito, visto che lo avevo fatto con il Napoli. Mi aveva chiesto un paio di pagine con la mia idea, me ne sono venute 30, e lui mi ha bombardato per prendere il Bari. Allora l’ho proposto a mio figlio, che però mi disse che del calcio non voleva sapere nulla. Poi dopo due ore mi disse che aveva cambiato idea. Disse: in fondo calcio e cinema sono nel nostro Dna, se tu mi lasci fare dopo che hai avviato la cosa va bene. Lo rassicurai e così è stato e oggi è contentissimo. Se la gente sa fare io la lascio fare. Intervengo e non mi vergogno di farlo solo quando la gente non lo sa fare. Puoi fare anche lo scopino, ma devi essere il primo della città per trarne appagamento".

Chi è il re di Napoli, oggi?

"La simbiosi della città con tutto ciò che è bello, commestibile, mangiabile, odorabile, touchable. A Napoli c’è tutto questo. Napoli ce la può fare, ma non è Napoli, ripeto, è l’Italia che ce la deve fare, che è seduta ancora su se stessa, impaurita. Il Covid gli ha dato un bello schiaffone, mi auguro che l’abbia svegliata. Andate a votare, dico a tutti, e quando si vota nel weekend incazzatevi sapendo che andrete fuori, lo fanno apposta. Dobbiamo arrivare al 95% dei votanti, la res publica è nostra, è vostra, ma se la lasciamo gestire a degli idioti che se ne approfittano, penseranno di noi che siamo dormienti e che ci accontentiamo di un bicchiere di vino, di un’automobile e di un’amante. Ma non è così. Il Covid ci ha dato una sferzata che mi auguro che diventi trasformabile in positivo. Ormai anche i social sono abitati da gente che sono sa quello che dice. Poiché la gente legge sempre meno i giornali, perché sono in decadenza…".

Lei ce l’ha a morte con i giornalisti...

"Io non ce l’ho a morte con i giornalisti. Le mie conferenze stampa sono animate perché fanno delle domande del piffero. Non è che non le voglio sentire, è che sono banali. Io li chiamo i pennivendoli, perché quando lei legge quello che c’è scritto sul Corriere dello Sport, sulla Gazzetta, su Tuttosport, gli articoli sembrano fatti con la carta carbone, possibile che nessuno si inventi qualcosa? Ti pare che mentre un calciatore sta nello spogliatoio a concentrarsi, che c’è Manolas che dice le sue preghiere, bacia i santini, un altro con le mani giunte verso il cielo, chi ha la palla scesa, il pisello a destra, arrivano loro con le telecamere e dicono di avere il contratto con Sky? Quando dico che il calcio non funziona, è perché siamo vecchi. A me danno del visionario, preferisco avere una visione. Purtroppo quando ha cominciato Sky, era una signora televisione, di stile anglosassone, fortissima, oggi se vede la Rai o Mediaset sono addirittura meglio, perché hanno imparato da quel modello e si sono migliorate. Hanno anche il coraggio di fare un programma controcorrente con Pio e Amedeo e arrivare quasi a farsi fare causa”.

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