La piece che guarda nell'anima dell'uomo nelle sue fragilità e nella sua solitudine
Genzini: “Una grande responsabilità interpretare Maradona. A Diego direi una cosa”
Il teatro Palapartenope di Napoli ieri sera è stato il palcoscenico del debutto di “Numero 10”, (che sarà in scena anche questa sera alle 21) lo spettacolo scritto e diretto da Emanuela Fanelli, con la collaborazione di Marino Bartoletti e la produzione musicale di Phil Mer. Uno spettacolo il cui obiettivo non era raccontare Maradona, ma Diego. E la risposta del pubblico lascia pensare che questo intento sia stato pienamente raggiunto.
A vestire i panni del grande campione argentino è stato Erasmo Genzini, attore napoletano di 35 anni, che ha portato in scena il personaggio di Diego riproponendo perfettamente lo slang del Pibe de Oro. La madre, invece, aveva il volto, l'incredibile voce e il talento di Lina Sastri, che ha messo in luce il rapporto tra madre e figlio, andando perfettamente incontro all'esigenza di una scrittura che voleva mettere Diego al centro con le sue fragilità, le sue insicurezze, le sue paure, la sua solitudine e le sue inquietudini.
Altro grande protagonista dello spettacolo è stato Maurizio Casagrande, che ha interpretato Ottavio Bianchi in tutte le sue sfumature, con la maestria che solo un attore del suo calibro poteva dare. A rendere credibile il suo ruolo è stato anche Giorgio Borghetti, nei panni del giornalista, mentre il tocco rap di Ivan Granatino ha impreziosito due momenti clou dello spettacolo.
La squadra che ha accompagnato Diego (Erasmo Genzini) nei trionfi azzurri era formata da Salvatore Bagni, interpretato da Francesco Annella, Daniel Bertoni, interpretato da Luca Lombardi, Peppe Bruscolotti, interpretato da Flavio Troìa, e Raffaele Di Fusco, interpretato da Enzo Diego De Pompeis. Il tutto è stato contornato da uno straordinario ensemble di ballerini e acrobati, guidati da Rimi Cerloj.
Numero 10, lo spettacolo che cerca Diego dietro il mito del dio Maradona
L'intento dello spettacolo è stato chiaro fin dal primo momento: al centro dell'attenzione non c'era la figura di Maradona in quanto campione, ma Diego con il suo essere uomo e non Dio.Nel corso del primo atto viene raccontato il suo arrivo a Napoli fino al primo scudetto: un bambino partito da Villa Fiorito, dal fango, fino ad arrivare all'Olimpo del calcio. Ma è nel secondo atto che emerge tutta la drammaticità vissuta da Diego, venerato a Napoli, ma allo stesso tempo pressato, fino a diventare per qualcuno un oggetto da mostrare.
I momenti più forti, sotto questo punto di vista, sono rappresentati dal confronto con il parroco della chiesa e dai dialoghi con la madre, che prima della partenza aveva avvertito il figlio che non tutti gli sarebbero stati amici.
Senza andare troppo nel dettaglio dello spettacolo e senza fare spoiler, anche grazie all'intenso monologo di Marino Bartoletti, in “Numero 10” emerge con forza quanto il mito di Maradona abbia, a tratti, divorato Diego. Un uomo che ha sbagliato perché lasciato solo, perché diventato oggetto, perché destinato a cose immense e forse proprio per questo diventato leggenda.
Una leggenda in una città come Napoli, che ancora oggi vive nel mito del suo dio profano, ma che ha guardato all'azzurro di questa terra dando dignità a chi non ne aveva e giocando per la gente. Per quella gente che, per una volta, grazie a lui, si è sentita fortunata.
Diego, l'uomo prima di Maradona. Diego, l'uomo destinato a non morire mai veramente, perché vive più che mai a Napoli, in Argentina, su ogni campo di calcio, ovunque ci sia una pelota.
A cura di Sara Ghezzi
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