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calcionapoli1926 serie c Imperatore sul caso Caprile: “Il processo mediatico non sostituisca quello giuridico”

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Imperatore sul caso Caprile: “Il processo mediatico non sostituisca quello giuridico”

Imperatore sul caso Caprile: “Il processo mediatico non sostituisca quello giuridico” - immagine 1
Il noto collega dice la propria in merito all'inchiesta resa pubblica in mattinata da La Repubblica
Alex Iozzi

Vincenzo Imperatore, giornalista presso Sport del Sud (e non solo), ha espresso il proprio giudizio, all'interno di un editoriale pubblicato sul suddetto portale, riguardo l'argomento topico della mattinata a tema sportivo: il presunto reato di bancarotta fraudolentaper cui Aurelio e Luigi De Laurentiis sono attualmente indagati dalla Procura di Bari.

"Trasformare una clausola non prevista in una plusvalenza “rubata” significa confondere l’opportunità gestionale con l’illecito", il commento di Imperatore sul caso Caprile

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Di seguito, quanto scritto da Imperatore sulle colonne di SdS ed evidenziate dalla nostra redazione:

"C’è un momento, nel racconto del calcio italiano, in cui il diritto si trasforma in tifo, la prudenza in sospetto e la plusvalenza in peccato originale. Quel momento è arrivato anche per Aurelio e Luigi De Laurentiis, travolti mediaticamente dall’inchiesta della Procura di Bari sui conti del club pugliese e, in particolare, dall’operazione Caprile.


Partiamo da un punto che dovrebbe essere banale, ma che in Italia va ripetuto come il libretto d’istruzioni agli adulti: un’indagine non è una condanna. Una perquisizione non è una sentenza. Un’ipotesi accusatoria non è una verità storica. La magistratura farà il suo lavoro, verificherà documenti, contratti, bilanci, flussi finanziari e responsabilità. Ma fino a quel momento, chiunque trasformi l’avviso di garanzia in verdetto sta semplicemente facendo cattiva informazione vestita da indignazione.

Il cuore narrativo della vicenda è noto: il Bari cede Elia Caprile al Napoli; il Napoli, tempo dopo, lo valorizza e lo rivende al Cagliari a una cifra superiore. Da qui nasce la tesi, suggestiva e mediaticamente comoda, secondo cui quella plusvalenza avrebbe dovuto arricchire il Bari e non il Napoli. Tesi suggestiva, appunto. Ma il diritto e l’economia non vivono di suggestioni. Vivono di contratti.

Una percentuale sulla futura rivendita non è un sacramento. Non scende dal cielo insieme al cartellino del calciatore. È una clausola. Si negozia, si scrive, si firma. Se non c’è, non esiste. Si può discutere se sarebbe stato opportuno inserirla. Si può persino dire che, col senno di poi, il Bari avrebbe potuto tutelarsi meglio. Ma trasformare una clausola non prevista in una plusvalenza “rubata” significa confondere l’opportunità gestionale con l’illecito.

Ed è qui che il racconto rischia di diventare pericoloso. Perché nel calcio il valore di un calciatore non è una pietra tombale incisa al momento della prima cessione. È una variabile. Cambia con il rendimento, con il contesto tecnico, con gli infortuni, con il mercato, con il bisogno del club acquirente, con il momento storico, con il procuratore, con l’allenatore, con l’umore degli dei del pallone, che notoriamente si divertono a umiliare gli algoritmi.

Caprile valeva una certa cifra quando il Bari lo ha ceduto. Ne ha avuta un’altra quando il Napoli lo ha girato al Cagliari. Questo, da solo, non dimostra alcuna distrazione patrimoniale. Dimostra una cosa molto più semplice: il mercato dei calciatori è fatto di rischio. Il Napoli ha acquistato, ha assunto il rischio sportivo ed economico dell’operazione, ha gestito il giocatore nel proprio perimetro patrimoniale e poi ha monetizzato. Se ogni plusvalenza successiva dovesse essere riletta come un danno automatico per il club cedente, allora bisognerebbe riscrivere metà della storia del calciomercato mondiale.

Il punto vero, semmai, è un altro: Bari e Napoli appartengono alla stessa area proprietaria. Questo dato impone maggiore attenzione, maggiore trasparenza e maggiore rigore nella verifica dei valori di trasferimento. Nessuno può negarlo. Le operazioni tra società collegate vanno guardate con occhi più severi, perché il rischio di conflitto potenziale esiste. Ma attenzione non significa condanna. Controllo non significa colpevolezza. Collegamento societario non significa automaticamente sottrazione di valore.

Per sostenere che il Bari sia stato danneggiato occorre dimostrare che il valore attribuito al calciatore fosse incongruo al momento della cessione, non alla luce di ciò che è accaduto dopo. Questo è il punto tecnico decisivo. Il giudizio deve essere fatto ex ante, non ex post. Altrimenti ogni imprenditore, ogni presidente, ogni direttore sportivo diventerebbe colpevole per non aver previsto il futuro. E a quel punto non servirebbero più i tribunali: basterebbero gli indovini, categoria già abbastanza affollata nel calcio italiano.

C’è poi la parola più pesante: bancarotta. Anche qui, calma. I conti in difficoltà, le perdite accumulate, l’indebitamento e la crisi patrimoniale di una società non coincidono automaticamente con la bancarotta fraudolenta. Una gestione può essere sbagliata, insufficiente, deludente, persino disastrosa sul piano sportivo e finanziario. Ma la bancarotta fraudolenta richiede altro: condotte distrattive, artifici, occultamenti, dolo, nesso causale. Non basta dire che i conti sono andati male. Se così fosse, in Italia dovremmo costruire tribunali direttamente dentro gli stadi.

Va poi evitata un’altra forzatura narrativa: rappresentare 30 milioni di perdite come una voragine ingestibile in sé. Sono certamente perdite rilevanti per il Bari, e nessuno può banalizzarle. Ma, sul piano dimensionale, non parliamo di un importo strutturalmente incompatibile con un intervento di ricapitalizzazione da parte di una proprietà come quella riconducibile alla famiglia De Laurentiis.

Secondo le ricostruzioni disponibili sul bilancio consolidato Filmauro 2025, il gruppo presenterebbe un patrimonio netto nell’ordine dei 210 milioni di euro e una posizione finanziaria netta positiva di oltre 100 milioni. Questo non significa che la ricapitalizzazione fosse automatica, dovuta o già deliberata. Significa però che i 30 milioni di perdite non possono essere raccontati, con automatismo, come il segno di un dissesto irreversibile o di un’impossibilità oggettiva di intervento della proprietà.

Anche qui, il punto è tecnico: una crisi patrimoniale può essere affrontata con mezzi propri, ricapitalizzazioni, finanziamenti soci, piani di riequilibrio e interventi di risanamento. Che poi questi interventi siano stati tempestivi, sufficienti o correttamente rappresentati nei documenti contabili è materia di accertamento. Ma trasformare il dato delle perdite accumulate in una prova automatica di bancarotta è un salto logico che non regge.

E qui va detta una cosa scomoda: i De Laurentiis possono essere criticati per la gestione del Bari, per la multiproprietà, per il rapporto con la piazza, per la comunicazione, per le scelte tecniche e per il fallimento sportivo del progetto. Tutto legittimo. Ma altra cosa è trasformare il dissenso sportivo in colpevolezza penale. Il tifoso può chiedere la cessione della società. Il giornalista può criticare. Il sindaco può pretendere chiarezza. Ma il passaggio da “hanno gestito male” a “hanno distratto valore” non si fa con un titolo, si fa con le prove.

Anche il Napoli, in questa storia, va trattato per ciò che è: una società che ha acquistato un calciatore, lo ha iscritto a bilancio, ne ha assunto il rischio e poi lo ha ceduto. Non può diventare, per comodità narrativa, il grande predatore che spolpa il Bari solo perché la plusvalenza successiva fa più rumore della clausola non scritta. La plusvalenza del Napoli non è automaticamente una perdita occulta del Bari. È un risultato economico che va valutato dentro i contratti, non dentro il risentimento.

Il vero tema, allora, non è difendere a prescindere i De Laurentiis. Nessuno dovrebbe essere difeso a prescindere. Il vero tema è impedire che il processo mediatico sostituisca quello giuridico e che la contabilità venga letta come una sceneggiatura morale: da una parte i colpevoli, dall’altra le vittime, in mezzo un calciatore trasformato in prova vivente del complotto.

Si accertino i fatti. Si leggano i contratti. Si verifichino le valutazioni. Si analizzi se il prezzo di Caprile fosse congruo al momento della cessione. Si controlli se vi fossero obblighi, clausole, omissioni, vantaggi indebiti o danni patrimoniali effettivi. Ma fino ad allora resta una distinzione fondamentale: una plusvalenza successiva non prova, da sola, una sottrazione precedente.

Il resto è rumore. E nel calcio italiano, purtroppo, il rumore è spesso l’unica cosa che funziona sempre a pieno regime".