Viktor Kovalenko, calciatore dello Spezia, ha raccontato i suoi timori per la guerra in Ucraina ai microfoni della Gazzetta dello Sport. Il calciatore è preoccupato per la sua famiglia che vive a Kherson, città ucraina occupata dai russi. Lì Viktor ha il papà suo omonimo di 52 anni, la mamma Ludmilla, 55, il fratello Dimitri, 32, e il nipotino Igor, 5.

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Ucraina, Kovalenko: “Preoccupato per la mia famiglia, i russi sparano e bombardano”
Le parole del calciatore dello Spezia
Guerra in Ucraina, Kovalenko racconta la sua preoccupazione

L'intervista a Kovalenko:
Viktor, come sta la tua famiglia?
“Per fortuna bene. Ma l’incertezza è tremenda. Non sappiamo quanto potrà durare questa guerra assurda. Kherson è occupata, a 15 km dalla nostra casa sono state sganciate le bombe”.
Stai cercando di far venire la tua famiglia in Italia?
“Adesso sarebbe impossibile: troppo pericoloso. In quella zona, se vedono passare una macchina, i russi sparano: non importa se ci sono civili, donne o bambini. Per uscire da Kherson bisogna superare tre posti di blocco. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare. I miei genitori non accetterebbero mai di partire. E questo vale per tanti ucraini. Se abbandoni la tua casa, sei sicuro che al ritorno non troverai nulla: i russi entrano e prendono tutto. Tu cosa faresti? La scelta è facile: resti lì, difendi non solo la tua casa, ma la tua vita. Mio padre ha un fucile. Spera di non doverlo usare, ma nel caso difenderebbe se stesso e la sua famiglia”.
Li senti regolarmente?
“Al mattino telefono a mio fratello, ma spesso dopo venti secondi la linea cade. Le comunicazioni sono difficili, vengono bloccate. Poi nel pomeriggio parlo con mamma. Cercano di tranquillizzarmi, ma non riesco a capire se mi dicono davvero la verità o se alcune cose le tengono per sé. Anche perché temono che le conversazioni vengano ascoltate o registrate. Non mi mandano nemmeno delle foto per il timore che il telefono venga controllato dai russi in caso di perquisizione”.
Da quando non li abbracci?
“Il mio compleanno è il 14 febbraio e in quel periodo erano venuti a trovarmi a La Spezia mia madre e Igor. Sono tornati a Kherson pochi giorni prima dell’attacco dei russi”.
Com’è la tua giornata?
“Sono preoccupatissimo, per provare a dormire almeno qualche ora prendo i prodotti che mi ha suggerito il medico dello Spezia. Ma è davvero complicato. Vivo sempre con il pensiero che all’improvviso possa arrivare qualche brutta notizia. È brutto accendere la televisione e vedere certe immagini. Migliaia di persone sorridevano al futuro, avevano dei sogni e stavano costruendo la loro vita, ma tutto è stato spazzato via dalla guerra. Io però sono sicuro che l’Ucraina si risolleverà”.
Su Instagram lanci molti messaggi per sensibilizzare l’opinione pubblica.
“Ognuno può fare qualcosa. E se un post sui social riesce a mobilitare anche una sola persona significa che è stato utile. Il messaggio è uno solo: pace”.
Avevi già conosciuto la guerra a Donetsk. Tu giocavi nello Shakhtar quando il club aveva dovuto abbandonare la sua sede e spostarsi a Kiev.
“Sì, ero tornato a Kherson un paio di giorni. Poi andai a Donetsk per riprendere gli allenamenti, ma non riuscii a entrare in città perché c’erano i posti di blocco. Il giorno dopo lo Shakhtar si spostò a Kiev. Una settimana dopo il nostro centro sportivo fu bombardato. Non ho giocato nemmeno una partita alla Donbass Arena”.
Pensavi che l’attacco dei russi sarebbe arrivato davvero?
“No, credevo che dopo il Donbass e la Crimea si sarebbero fermati. Ma adesso la situazione è questa e dobbiamo difenderci: l’Ucraina è il nostro Paese. Ci chiediamo ogni giorno come sia possibile che accadano certe cose. Non sono stati risparmiati gli ospedali, le scuole. Sono state trucidate intere famiglie. Hai visto le foto di quello che hanno fatto a Bucha? Come si può, come si può?”.
Il pallone, più che un lavoro, torna a essere un momento di svago, come da bambini.
“Per fortuna che c’è... Il calcio mi aiuta, almeno per qualche ora mi distraggo. Spero di poter giocare con l’Ucraina i playoff per il Mondiale: avrebbe un significato particolare. Lo Spezia mi sta aiutando tantissimo, è un club meraviglioso. Come una grande famiglia. Solo che io adesso voglio riabbracciare la mia: quella che sta a Kherson, pronta a usare un fucile per difendere la vita”.
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