Calcio Napoli 1926
I migliori video scelti dal nostro canale

senza categoria

Vincenzo Imperatore: “Ecco cosa accadrebbe se il tifoso diventasse presidente”

Vincenzo Imperatore: “Ecco cosa accadrebbe se il tifoso diventasse presidente”

L'analisi di Vincenzo Imperatore

Leonardo Litterio

Si sa, il sogno di un po' tutti i tifosi è sicuramente quello di poter gestire la propria squadra del cuore, anche solo per un giorno. Spesso e volentieri si fantastica sugli acquisti che si potrebbero fare, sulla creazione delle nuove maglie, sul rinnovamento dello stadio e su tante altre cose; tutto ciò per poi aprire gli occhi e rendersi conto che la realtà dei fatti è ben diversa dai sogni, soprattutto in questo periodo storico. Un'idea però ce l'ha Vincenzo Imperatore che tramite varie analisi ha capito come potrebbe essere il rapporto tra la società ed il tifoso, nel caso in cui quest'ultimo diventasse il presidente.

Vincenzo Imperatore: "Ecco cosa accadrebbe se il tifoso diventasse presidente"

 (Getty Images)

Di seguito quanto scritto da Vincenzo Imperatore, per presentare la nuova rubrica di SportdelSud:

Dopo quello di indossare la maglia della squadra del cuore, il sogno a occhi aperti di ogni tifoso di calcio è quello di poter essere, anche solo per un giorno, il suo presidente. Quale tifoso non ha mai detto o pensato che al posto suo, del presidente, avrebbe fatto sicuramente meglio sul mercato, negli spogliatoi, nei rapporti con gli arbitri o con la Federazione? In una dimensione e in un tempo romantici, ormai lontani, del pallone, legato ai cosiddetti presidenti-padroni, un simile approccio era necessario oltre che efficace.

Oggi, invece, il calcio è un business (difficile) di dimensioni planetarie, tra le prime dieci aziende al mondo per giro di affari. Così il tifoso, che continua a interpretarlo sempre secondo gli schemi classici (la squadra si ama, non si discute), non solo non si sente più il dodicesimo uomo in campo ma rischia di diventare sempre più velocemente un’appendice marginale e sacrificabile del movimento. Un semplice cliente, sì, non una componente imprescindibile, con l’aggravante che il suo apporto economico è oggi una delle voci più marginali del bilancio di una società. E in questo meccanismo, fatto di uffici finanziari e consulenti, è l’unico che ne esce sempre sconfitto. A lui non interessano le plusvalenze, il fair play finanziario, gli aumenti di capitale o gli squilibri del bilancio; continua a sognare e a pretendere l’arrivo di campioni, alzare una coppa, cucirsi lo scudetto sul petto. Per questo il trasferimento dei concetti e degli strumenti finanziari e aziendali nella testa di un tifoso, abbagliato dalla nebbia della passione, è una impresa difficile.

Come spiegargli che il rigore, inteso come massima punizione di campo, è stato rimpiazzato da quello dei conti, che il dribbling ha lasciato il posto al marketing, e che l’estro dei propri beniamini è ormai stato superato da quello dei bilanci creativi? Eppure, volendo sentirsi sempre al centro dell’attenzione, il tifoso si è adattato ad animare accese discussioni su chi tifi per la squadra più virtuosa, su chi ha il minore o maggiore monte ingaggi, su chi è riuscito a vendere per una cifra record un proprio giocatore. Ma nello specifico, tutti questi nuovi termini che hanno preso il posto dei gesti tecnici quanto lo rendono davvero consapevole dello stato di salute e delle potenzialità della propria squadra?

Una volta l’acquisto di un calciatore veniva salutato con giubilo dai tifosi e da immancabili discussioni sul ruolo che avrebbe occupato in campo; oggi viene accompagnato dalla “indispensabile” annotazione sul fatto che la sua cessione abbia generato o meno una plusvalenza e se sia stato o no un buon affare a livello di bilancio. E a qualcuno poi sorge il dubbio: ma se ho comprato un giocatore a 15 milioni e l’ho rivenduto a 6 milioni, come diavolo ho fatto a fare una plusvalenza di 3? L’avessi venduto a 18, capirei, ma così ci ho rimesso 9 milioni! E altri dubbi ancora sorgono quando lo scambio di giocatori avviene alla pari, io ti cedo Tizio a 3 ml e tu mi dai Caio a 3 ml (una volta si chiamava baratto): com’è possibile che entrambi si faccia una plusvalenza se non abbiamo pagato un euro?

Queste sono solo alcune delle domande a cui non tutti sanno dare una risposta ma su cui ognuno pontifica. Anche perché gestire una società con i soldi altrui è facile.

E se il tifoso provasse a ripercorrere le tappe di una gestione quotidiana di una società di calcio? Se indossasse solo per un giorno gli abiti di un presidente-manager della sua squadra del cuore? Se investisse i suoi risparmi nel rischio imprenditoriale dell’impresa calcio, i suoi ragionamenti sarebbero gli stessi?

Ha mai pensato che un giocatore fuori forma, gli infortuni, una serie di episodi poco fortunati, una “piazza” sportiva ostile, sviste arbitrali, una attenzione mediatica spesso ossessiva possono incidere pesantemente sul proprio investimento e non sono misurabili in termini di impatto sul rischio?

Con un linguaggio semplice e attraverso l’analisi di casi reali (case study), avvalendosi della testimonianza di giornalisti e uomini del mondo della imprenditoria e della finanza, questa rubrica rappresenterà una sorta di business game per mettere in dialogo diretto il tifoso-scrittore e il manager (consulente aziendale).

Una rubrica che nasce con l’obiettivo di veicolare presso il popolo degli appassionati di calcio e lettori di #SportdelSud la conoscenza delle dinamiche fredde, razionali e necessariamente orientate al profitto che si celano dietro ogni decisione aziendale.

A presto ed in bocca al lupo a #SportdelSud e a questi dieci ragazzi che hanno deciso di intraprendere una sfida manageriale ed imprenditoriale. Proprio come un presidente di una squadra di calcio.