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no scugnizzo lo riconosci subito. Faccia tosta, sfrontata, di chi sa il fatto suo. Di chi con la mente è sempre un passo avanti agli altri e per questo ha un pessimo rapporto con la sconfitta. Antonio Vergara è uno di quelli che ce l’ha fatta. Ci è voluto del tempo, ma ha saputo aspettare. Più forte della sfortuna, degli infortuni e di una dimensione che sembrava non appartenergli fino a qualche mese fa. In pochi pensavano potesse emergere già quest’anno, con davanti campioni del calibro di De Bruyne, Anguissa, McTominay. Però Antonio Conte si è impuntato in estate: «il ragazzino resta qui» ha fatto capire già a Dimaro al ds Manna e al presidente De Laurentiis. Voleva avere l’occasione di allenarlo almeno fino a gennaio. Per migliorarlo. Per aiutarlo a crescere. Per vedere i progressi quotidiani. Poi la scintilla a Castel di Sangro. Amichevole col Sorrento, di quelle organizzate per far giocare chi la sera prima non ha disputato il test internazionale. Palla lunga, sulla corsa: Vergara controlla di esterno-tacco al volo, come fece il giovanissimo Cassano in un Bari-Inter finito nei libri di storia. Poi l’assist vincente per Hasa. Un lampo, sotto il sole cocente, che ha fatto stropicciare gli occhi ai tifosi. E che è diventato un messaggio per Conte: il materiale per lavorarci c’è.
La scalata Due cose, infatti, di Vergara sono state chiare sin dai primi calci al pallone. La personalità e la sfrontatezza. Raccontano che a 9 anni, quando si presentò nella sede delle giovanili per firmare il suo primo cartellino per il Napoli, dopo le pratiche di rito andò da Gianluca Grava – responsabile delle giovanili – per parlare: «Direttore, ma posso sapere com’è la squadra?». Antonio voleva già vincere. Voleva dominare e incantare. Lui che arrivava dall’accademia dei fratelli Lodi a Frattamaggiore e che era stato abituato a giocare contro avversari di almeno uno o due anni più grandi e contro cui sapeva tenere botta come fosse un veterano che giocava di esperienza. Il ragazzino è cresciuto, brillando fino alla Primavera azzurra e poi andandosi a fare le ossa nelle serie minori. Pro Vercelli in C, Reggiana in B: a Reggio subì la rottura del crociato da cui tornò più forte e desideroso di riprendersi il tempo perduto. E dopo un secondo anno da 32 presenze, 5 gol e 6 assist, il Napoli decide di riportarlo a casa.
Tesoro Il resto è storia recente, è un mondo che si è capovolto nel giro di poche settimane. È il saper cogliere il momento, come spesso succede. Quattordici minuti in campo in campionato fino al 14 gennaio, il 17 parte titolare in A per la prima volta contro il Sassuolo. Non incanta come col Cagliari – assist al bacio per Lucca in Coppa Italia – ma c’è. A Copenaghen ancora titolare, sfiora il gol ma non incide. Con la Juve è tra i migliori, nonostante il ko. Poi arriva il Chelsea e la svolta: gol alla Diego nella prima da titolare in Champions al Maradona. E il bis con la Fiorentina è solo la conferma che è nata una stella. Il nuovo tesoro di Napoli. Da custodire con cura, per farne un nuovo pezzo di storia azzurra.
Ultima sfida Giocare a Napoli per un napoletano è una responsabilità enorme, oltre che un onore. La maglia pesa e il pubblico si aspetta ancora di più. Bruscolotti vinse uno scudetto, cedendo la sua fascia a Maradona. Lorenzo Insigne è stato l’ultimo grande mito dei nuovi scugnizzi: capitano di tante battaglie, uomo simbolo e pure goleador. Ma senza scudetto. Il tricolore, invece, è riuscito a vincerlo Gaetano, ultimo grande talento uscito dalla “scugnizzeria” azzurra: non da protagonista, ma comunque da ottimo comprimario. Ora Vergara ha questa nuova sfida all’orizzonte: nemo profeta in patria è una specie di legge universale, ma c’è sempre l’eccezione. Antonio ha mostrato colpi di genio di un calcio che non c’è più. E quell’amore per la maglia che lo spinge oltre ogni ostacolo. Con quel tocco di suola e quel mancino che sanno incantare. E che hanno già fatto impazzire il Maradona. Il futuro è nei suoi piedi: ed è già un bel vantaggio.