Che ruolo intende rivestire la Lega di A nel processo di rifondazione del calcio?
«Siamo la locomotiva del movimento, anche se abbiamo un peso elettorale limitato, pari al 18%. Vogliamo che ci venga riconosciuto un ruolo centrale, di guida».
Come?
«Iniziamo dal dire che un tempo tutti i presidenti federali erano espressione della A, negli ultimi anni non è più avvenuto. Non solo: non abbiamo vicepresidenze in federazione, eppure versiamo 130 milioni l’anno per garantire il funzionamento di tutto il movimento».
Anche se spetterà all’assemblea esprimere il nome del candidato, è corretto affermare che attorno alla figura di Giovanni Malagò si coagula la maggioranza dei consensi?
«È prematuro sbilanciarsi sui profili, Malagò è senz’altro uomo di grande esperienza ed è il dirigente di maggior autorevolezza che abbiamo in Italia. Sono suo amico e ho letto che ci sarebbe disponibilità da parte sua a rivestire la carica da presidente della Figc. È ben visto da larga parte del sistema ma è prematuro investirlo come candidato della A, è necessario attendere l’input dei club».
Ha parlato con Malagò?
«Nei giorni precedenti alla partita in Bosnia. Successivamente no, non ci siamo sentiti, lo considero una forma di rispetto dei miei presidenti».
Non lo ha sentito? Non ci crede nessuno presidente…
«È la verità. Conosco i miei doveri, le dinamiche di un’istituzione come la Lega, ho una certa esperienza, quindi è giusto che prima di prendere in esame una eventuale candidatura riceva un mandato dall’assemblea di Lega».
Una corrente minoritaria pensa a un altro profilo?
«Non nego che c’è chi preferirebbe un ex calciatore per una questione di riconoscibilità all’estero e di conoscenze specifiche delle dinamiche di campo».
Perché non andremo ai Mondiali?
«È mancato il rinnovo generazionale rispetto ai giocatori che nel 2021 hanno vinto gli Europei. Ora bisogna lavorare sui settori giovanili, partendo dalle scuole calcio. Prima si giocava gratis negli oratori, adesso per iscriversi occorre pagare. È l’aspetto economico a determinare la selezione. E poi occorre abolire la classifica nei campionati delle squadre dei giovani».
La misura impellente?
«Abbattere i paletti che ora ostacolano l’investimento sui giovani. Per l’acquisto di stranieri non servono garanzie, ma da quando esiste la stanza di compensazione, in caso di compravendita di italiani, occorre presentare delle fideiussioni. Capisco che questo meccanismo era nato per fornire sostenibilità al sistema ma dobbiamo togliere vantaggi economici nel puntare sugli stranieri. Però, non è l’unico rimedio».
A cosa si riferisce?
«Siamo riusciti a escludere gli Under 23 italiani dal computo del costo del lavoro allargato. L’obiettivo sarebbe abbassare l’asticella e coinvolgere fino agli Under 24: ora non conviene comprare giocatori italiani. Noi dobbiamo renderlo conveniente. Ne ho già parlato con il ministro dello Sport Andrea Abodi e con la premier, Giorgia Meloni, che tra mille dossier sul tavolo è molto sensibile al tema della ripresa del calcio italiano».
Per la ristrutturazione del sistema quali richieste avanzate al governo?
«Abbiamo già avviato colloqui con il ministero dell’Economia, Giancarlo Giorgetti e Maurizio Leo che abbiamo ospitato in Lega. Chiediamo incentivi per i settori giovanili e la tutela di quelle promesse che dopo essere state formate nei vivai vengono strappate per due lire da squadre straniere. E poi ancora l’abolizione del decreto Dignità e il ripristino di benefici fiscali per acquistare campioni. Da quando il decreto Crescita non è più in vigore è aumentato il numero degli stranieri ma di qualità peggiore rispetto a prima. E poi ci dovrebbe essere riconosciuta una percentuale derivante da giochi e scommesse».
La mancata partecipazione al Mondiale che effetto a cascata ha sulla Lega?
«Non essere negli Usa, mercato dove pensavamo di espanderci, comporta un rallentamento sulla vendita dei diritti tv all’estero. Perdere una vetrina del genere significa avere meno introiti, meno risorse per acquistare campioni e quindi meno competitività».
Cosa replica alle accuse di insensibilità per non aver concesso lo stage a Gattuso?
«Facciamo chiarezza: non ci è stato chiesto anche perché la Figc e il ct erano ben consapevoli che non c’erano date a disposizione con il calendario compresso. Vorrei aggiungere che nessuna Nazionale che ha fatto gli spareggi ha avuto uno stage. Nel nostro caso, poi, sarebbe stata una riunione ridotta dal momento che quattro dei titolari a Zenica giocano all’estero e non avrebbero partecipato».
La Lega di A ha un peso relativo nella contesa elettorale, non c’è il rischio di arrivare divisi alla meta con lo spettro del commissariamento dietro l’angolo?
«Ci deve essere unità di intenti fra le componenti, per scongiurarlo. Bisogna sedersi al tavolo per trovare un nome e soprattutto un programma condiviso».
La preoccupa il fatto che il tennis vi sta superando in popolarità?
«Bisogna imparare da chi ha svolto un eccellente lavoro. Speriamo di avere presto un Sinner anche nel calcio».
Presidente, ma non è stanco anche lei di assistere ogni lunedì a dibattiti sugli arbitri?
«Dobbiamo elevare il livello. Prima i nostri fischietti erano i più bravi al mondo, mi riferisco a Collina e Rosetti. Ora lo standard qualitativo si è abbassato, ecco perché stiamo pensando al professionismo. Se vogliamo essere credibili, occorre che tutti gli attori in gioco siano professionisti, come avviene in Inghilterra».
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