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Gattuso, il padre: “Rino ama la Nazionale. La sua passione ha conquistato i tifosi”

Sara Ghezzi
Le parole sul figlio commissario tecnico azzurro

Franco Gattuso, padre del commissario tecnico dell'Italia, ha rilasciato un'intervista a La Gazzetta dello Sport in cui ha parlato del sogno Mondiale del figlio e della passione che lo contraddistingue. A seguire le sue parole.

Gattuso, il padre: "Rino ama la Nazionale. La sua passione ha conquistato i tifosi"

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Padre e figlio. O, meglio, di padre in figlio... l’odore di olio canforato dal borsone del calcio è qualcosa che non si dimentica.

«Rino è passione. Vera, verissima: passione per la vita e per il calcio. E questo suo modo di essere entra nella testa della gente».

E la gente gli vuole bene.

«Non potrebbe essere diversamente. Lo avete visto in piedi davanti alla panchina della Nazionale? Trasmette amore per la maglia...».


In piedi davanti alla panchina della Nazionale: un uomo al comando o, meglio, un uomo alla guida di un gruppo di ragazzi che lo segue.

«Rino è fatto così, ti parla guardandoti in faccia: quando ha scelto di fare l’allenatore mi disse che avrebbe voluto avere un suo stile, coerenza e, quindi, credibilità. Ce l’ha».

Un piccolo, grande salto in avanti. Andremo al Mondiale?

«Mi sento di dire di sì, ci andremo. Se lo merita l’Italia, se lo merita mio figlio. Ce lo meritiamo tutti».

Credibilità, parte tutto da qui.

«E’ la sua forza, ruota tutto attorno a questo suo modo di essere. Se sei credibile puoi pensare di andare lontano o di centrare i tuoi obiettivi».

Quanto c’è della sua storia personale in suo figlio?

«C’è tanto. Noi calabresi siamo fatti così: le nostre radici ci danno l’energia per non mollare mai. Rino è attaccato alla sua terra, sa benissimo che se dimentichi da dove vieni perdi la strada».

Credibilità e radici. E, poi, il pieno di emozioni...

«Ne sto vivendo tante, troppe: io e mia moglie Costanza siamo provati (sorride, ndr). Emozioni uniche e più forti di quando Rino giocava».

Più forti ora che al tempo del Mondiale del 2006?

«Per certi versi sì: più forti ora».

Lei durante quei giorni ricchi di magia era vicino al Rino centrocampista azzurro.

«Vicino, molto: passai tutto il periodo in Germania, ma ora...».

Ora?

«Adesso passa molto da lui e, per questo, l’emozione si moltiplica fino a diventare qualcosa di mai provato prima».

Sono passati vent’anni dal viaggio leggendario fino a Berlino: al di là delle emozioni, oggi, più presenti trova qualche similitudine con quel trionfo?

«A Bergamo ho avuto sensazioni positive, ho sentito dentro quello che sentivo allora: per questo ho fiducia».

Rino ama la Nazionale.

«Perdutamente».

E l’Italia lo segue con profondo interesse.

«La gente ha capito che la sua è una scelta di cuore».

Uno scalo, forse due...

«Sto organizzando la lunga trasferta. Costanza non mi segue, andrò con un mio storico amico procuratore».

Altrimenti, tv accesa a casa...

«Farò di tutto per essere presente allo stadio in Bosnia: qui, intanto, da noi l’attesa cresce come se si trattasse di una finale del campionato del mondo».

Finale con Rino in piedi davanti alla panchina della Nazionale.

«Ogni tanto ripenso al passato, ai sacrifici fatti. E alla nostra famiglia, base di ogni ostacolo superato».

Se le chiedessi di chiudere gli occhi?

«Rivedo l’immagine di Bergamo: la sua calma, il modo in cui Rino ha gestito la situazione. Se lo merita...».

Se lo merita dice Franco. Si merita di essere entrato in armonia con un paese che gli chiede qualcosa che ci sfugge da dodici anni.

«Vive per questo. Non dorme la notte? Anch’io dormivo poco: eredità da calabresi».