E questa è un’ouverture con la quale val la pena lasciarsi cullare, dopo Fiorentina e Sassuolo, dopo melodie carezzevoli e sensazioni deliziose: «Forse con il Sassuolo potevamo fare di più in attacco, a tratti. Ma, per fare un esempio, il Frosinone battendo l’Atalanta ha dato valore al nostro successo in casa sua». È ancora così presto per poter vivere il Napoli come qualcosa che Garcia senta tatticamente sua, ci sono tracce delle sue idee, un tentativo di diversità rispetto al calcio che l’ha preceduto conquistando la gloria, e c’è poi il desiderio d’immergersi in se stesso che finisce per indurre in uno scivolone dialettico magari favorito da una relativa padronanza con la lingua: «Io il passato non lo conosco».
Perché forse è un comprensibile peso, a modo suo, da adagiare in fondo ai pensieri di quest’estate ancora piena degli addobbi e dei ricordi d’un trionfo inebriante; o magari no, è semplicemente l’attesa di riuscire ad emulare ciò ch’è stato il Napoli di Spalletti, aggiungendoci qualcosa di proprio, un gioco alternativo, meno concentrato intorno a Lobotka: «Io faccio il mio calcio. Una squadra che dipende da un solo giocatore, che sia attaccante o play, è una squadra in pericolo perché basta chiudere il tuo punto forte e sei in difficoltà. Nel Napoli che ho in testa, voglio che tutti possano dare una mano nella costruzione e mi va bene se Lobotka tocchi qualche pallone in meno».
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