Lo portò Galeone. Giocò sette partite, non lasciò traccia. Era un Napoli in declino dal punto di vista societario. Stavolta è diverso. Arriva in un club solido, con una gerarchia ben definita e che lo ha fortemente voluto: dal presidente al direttore sportivo. Martedì sarà presentato al San Carlo. Si esibirà in coppia col vulcanico De Laurentiis. Dopodiché si comincerà a fare quel che più gli piace. Lavorare e creare calcio. Checché ne dicano, Allegri non è poi tanto distante da Ciriaco De Mita che diceva: «compito della politica è creare politica». Max è molto simile. Ama lavorare sul campo. Ha una naturale predisposizione all’osservazione del dettaglio. Gli piace plasmare la sua creatura. Come quando a Madrid piazzò Mandzukic sulla fascia di Carvajal e fece passare una brutta ora e mezza al pubblico del Bernabeu, prima della decisione dell’arbitro con l’immondizia al posto del cuore. È uno stratega come pochi. Sarebbe piaciuto a Napoleone, anche se non è chiaro come stia messo con la fortuna.
Una cosa è certa. Allegri e Napoli non si conoscono. Napoli sa poco di lui, giusto quel che viene raccontato. La narrazione imperante che lo dipinge come un cavernicolo del pallone: tutti dietro e poi vediamo. Ma nessuno più dei napoletani sa quanto si possa essere vittime di racconti stereotipati lontani dal vero.
E poi lo ricorda da avversario. Soprattutto contro Sarri. Da juventino, Max ne ha inflitti di dolori a questa piazza. Senza però mai fare lo sbruffone. Non solo. Incassò senza tacere l’ostentato saluto di Spalletti che lo rincorse dopo il 5-1 targato Osimhen e Kvaratskhelia. Napoli ancora non sa quanto Allegri sia un lavoratore impegnato sempre alla costruzione e mai alla distruzione. Perennemente votato alla ricerca della soluzione, mai al lamento. Napoli non sa, ma imparerà a conoscerlo, quanto sia emotivo e quanto i livornesi e i napoletani possano somigliarsi. Ai primi cinque minuti da Allegri, per intenderci quelli in cui butta la giacca in terra, oppure grida “dov’è Rocchi?”, scatteranno i primi idilli. Napoli ha una innata diffidenza per i vincenti. Nonostante la storia della squadra sia cambiata, la città e la tifoseria continuano a percepirsi come underdog. Come se fossero perennemente insicuri. Come se non si rendessero conto che i tempi sono cambiati. Poi, però, quando i potenti passano dalla loro parte, ne subiscono il fascino. È stato così con Antonio Conte, soprattutto il primo anno. Quando si vince, va bene chiunque. Il passato non conta più".
La lunga attesa per l'annuncio
—"Il mese di attesa per l’annuncio di Max sulla panchina del Napoli è stato benedetto. La furia social dei primi giorni (da non confondere col consenso della tifoseria) si è via via attenuata. Sono subentrate la curiosità e la consapevolezza di aver portato a Napoli uno degli allenatori più vincenti della Serie A. I livorosi della prima ora sono diventati giudiziosi, attendisti e persino ben disposti. Napoli ha riflettuto. E ora da Allegri si aspetta che faccia Allegri. Quel che hanno detestato quando era bianconero, vorrebbero ritrovarlo dalla loro parte. Sono consapevoli che è l’uomo più adatto per gestire il post-Conte, con calciatori spremuti da metodi tanto efficaci quanto logoranti. Si aspettano che li guidi in battaglia da grande stratega. Che, nonostante l’etichetta di aziendalista (qui non è un complimento), sappia toccare i tasti giusti con De Laurentiis. Al fondo, anche se non tutti hanno il coraggio di ammetterlo, Napoli da Allegri si aspetta che li tratti come trattò la Juventus post-Conte. Che li porti a vincere".
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