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La presenza dell'Iran ai prossimi Mondiali resta in bilico, soprattutto dopo le dichiarazioni dell'ultima settimana La richiesta di asilo politico, concesso da Canberra, era arrivata dopo che lo scorso 2 marzo, prima della partita di Coppa d’Asia contro la Corea del Sud, le giocatrici erano tutte rimaste in silenzio durante l’inno nazionale. Un gesto paragonato a quello identico della nazionale maschile ai Mondiali 2022 in Qatar, che era stato un segno di protesta per la repressione delle manifestazioni antigovernative in patria. Per questo, sono state definite «traditrici» sulla tv di stato di Teheran e, nella partita successiva proprio contro l’Australia, le atlete avevano cantato l’inno e fatto anche il saluto militare, con le polemiche seguenti sul fatto che fossero state costrette.
La presenza dell'Iran ai prossimi Mondiali resta in bilico, soprattutto dopo le dichiarazioni dell'ultima settimana: qualche giorno fa il ministro dello Sport iraniano, Ahmad Donjamali, affermava: "Dal momento che questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, non abbiamo alcuna intenzione di partecipare ai Mondiali". Poi Donald Trump: "L'Iran è benvenuto, ma non credo sia opportuno partecipi". Ma nella giornata di oggi la Confederazione asiatica ha chiarito la sua posizione sulla partecipazione del paese alla competizione.
"È un momento molto delicato, ci sono state tante reazioni. In definitiva, spetta alla federazione decidere sulla loro partecipazione e, a oggi, hanno confermato la loro presenza ai Mondiali. Sono membri della nostra federazione, vogliamo vederli giocare, si sono qualificati... Quindi speriamo che risolvano i loro problemi, qualunque essi siano, e che possano partecipare". Così Windsor John, segretario generale dell'AFC. Per ora nessuna novità, poiché l'Iran non ha mai comunicato formalmente alla Confederazione la volontà di volersi auto-escludere dai Mondiali.
Sette atlete iraniane avevano chiesto e ottenuto l'asilo politico in Australia dopo aver protestato contro il regime, restando in silenzio durante l'inno nazionale, ricevendo critiche e l'appellativo di "traditrici". Nella partita seguente, proprio contro l'Australia, avevano cantato l'inno con tanto di saluto militare, con polemiche sul fatto che fossero state costrette. Nei giorni seguenti una dopo l'altra le calciatrici avevano annullato le loro richieste di asilo, ritornando in patria, causando la risposta delle organizzazioni per i diritti umani che accusavano il governo iraniano di minacciare e mettere pressioni sugli atleti che si ribellavano al regime. Delle 7 calciatrici, in Australia ne sono rimaste solo due e attualmente si allenano con la squadra femminile del Brisbane.
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