Sulla differenza tra Conte e Garcia
—“Conte non è considerato vincente: Conte è vincente, lo ha dimostrato con i fatti. È uno che sacrifica tantissimo della propria vita e del proprio carattere per il lavoro. Sono convinto che quando perde una partita soffra davvero e probabilmente va a casa e continua a pensarci. Questo fa parte del suo carattere e lo ha portato a diventare quello che è. Non che Garcia non mettesse anima e impegno, perché io ho lavorato con lui e posso dire che è un professionista serissimo. Però la gente spesso non ti giudica solo per quello che dici, ma per il contesto in cui sei. Garcia arrivava da un'esperienza difficile ed era stato scelto dal Napoli campione d'Italia. Molti lo vedevano come una scommessa. Conte invece è uno che in Italia ha vinto tanto. Magari non ha vinto in Europa, ma ha costruito un percorso importante. Quindi, se Conte dice una cosa, viene percepita con maggiore positività. Sostanzialmente è questa la differenza: dicevano concetti simili, ma in momenti storici diversi e con un passato recente differente. Io poi ho sempre adorato Zdenek Zeman, che è stato il mio allenatore quando giocavo. Ho con lui un rapporto di grande stima e amicizia. Mi è sempre piaciuto il suo modo di intendere il calcio: attaccare sempre, senza preoccuparsi troppo di difendersi, cercando di fare un gol in più dell'avversario. Per questo certi principi li capisco, ma personalmente la penso in maniera diversa”.
Sulla crisi della Nazionale e del calcio italiano
—“Per parlarne davvero servirebbero due giorni, però provo a essere sintetico. Noi ce la siamo presa prima con Spalletti, poi con Gattuso, ma il problema viene da molto più lontano. Il calcio non è una scienza esatta, ma ha una sua logica. Negli ultimi vent'anni abbiamo fatto poco come sistema. La Federazione ha il potere di indirizzare determinate scelte nell'interesse nazionale. Senza voler attaccare nessuno, credo che si sarebbe potuto fare molto di più per aiutare il calcio italiano. Per esempio, è chiaro che con la libera circolazione dei lavoratori non puoi imporre a una squadra di far giocare un certo numero di italiani. Però si potevano introdurre meccanismi nei settori giovanili o formule che incentivassero la crescita dei nostri talenti. Se tu imponi che nelle liste ci siano un certo numero di italiani, automaticamente i club investono di più nei vivai e si crea un sistema virtuoso. Maradona nasce una volta sola, ma i talenti vanno coltivati. Totti, Baggio, Del Piero, Bruno Giordano erano grandissimi giocatori, ma il loro talento è stato anche sviluppato e valorizzato. Oggi questo percorso in Italia manca. Per fortuna ci sono tecnici molto preparati, penso a Carmine Nunziata o ad Alberto Bollini, che stanno facendo bene con le Nazionali giovanili. Però poi manca il passaggio successivo, lo sviluppo. Le grandi nazioni europee hanno programmato investimenti e strategie anni fa. I risultati li raccogli dopo dieci o vent'anni. Noi non lo abbiamo fatto e oggi ne paghiamo le conseguenze. Per questo non possiamo prendercela soltanto con un allenatore. La crisi della Nazionale ha radici molto più profonde”.
Su Giovanni Di Lorenzo
—“Giovanni Di Lorenzo è una persona di poche parole e di tanti fatti. Non è uno che ama mostrarsi troppo e fa bene. È una grande persona, davvero di alto livello umano. Lo conosco da tanti anni. Quando lavoravo a Cosenza lui stava emergendo nella Reggina e provai anche a prenderlo, ma non avevamo le possibilità economiche per portarlo con noi. Poi andò al Matera, successivamente all'Empoli e infine al Napoli. Quando ci siamo ritrovati gli raccontai che avevo cercato in tutti i modi di prenderlo e lui mi sorrise dicendomi: 'Forse è andata meglio così, chissà cosa sarebbe successo'. Giovanni lo conosco bene e posso dire che il Napoli, nei risultati ottenuti negli ultimi anni, ha avuto in lui uno dei principali artefici. Parliamo di due scudetti, di un secondo posto e di una Supercoppa Italiana: credo che tanti avrebbero firmato per un percorso del genere e Di Lorenzo è stato sicuramente uno dei protagonisti principali”.
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