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interviste
Bierhoff: "Italia indietro anni luce, la crisi è profonda"
Dopo la delusione maturata nella sfida contro la Bosnia, arriva anche il commento lucido e senza giri di parole di Oliver Bierhoff, che ha analizzato il momento complicato del calcio italiano con grande schiettezza. L’ex attaccante del Milan, che in passato ha condiviso lo spogliatoio anche con Gennaro Gattuso, ha voluto offrire una riflessione più ampia, andando oltre il semplice risultato sul campo.
"Ogni tanto penso che bisogna toccare il fondo per rimbalzare, forse la vostra sofferenza non è stata abbastanza: le persone importanti del calcio italiano si devono mettere insieme, non importa se federazione, lega o altri, ma tutti quelli che amano il calcio si devono unire per migliorare questa situazione che non può cambiare in sei mesi. Si partirà penso con un nuovo allenatore, con un po’ di entusiasmo per le qualificazioni europee, ma le basi vanno cambiate per risolvere i grandi problemi che l’Italia ha adesso". Buongiorno Bierhoff, cosa significa per l’Italia quest’altra delusione? "Non si può credere che l’Italia sia ancora fuori, ma se succede per la terza volta di fila non può essere un caso. La vedo in due maniere: partita storta per quel cartellino rosso che l’ha cambiata, la Bosnia ha preso coraggio e si è fatta avanti. La seconda è che l’Italia non ha più la qualità come una volta, se hai una buona squadra non puoi uscire così. Anche in queste condizioni però ci si aspetta che una squadra del genere si qualifichi ugualmente: per me è un grande delusione".
Cosa manca? "L’Italia ha problemi da tanto tempo, il successo all’Europeo un po’ lo ha mascherato, però è stata la vittoria di un gruppo che si era sistemato nel modo giusto, non di qualità dei singoli. Se nella rosa di una nazionale ci sono giocatori richiesti dalle big d’Europa, come succede per gli spagnoli o i portoghesi, è il segnale che la nazionale è forte. Ma nell’Italia, con tutto il rispetto, non ci sono queste richieste e qualsiasi allenatore ha dei problemi". Gattuso ha colpe? "Mi dispiace molto per lui. Doveva creare un gruppo unito, per quello che vedo io, la squadra lotta, ci mette il cuore come faceva lui da giocatore, però non basta: la differenza la fa la qualità". Tanti giovani delle juniores promettono ma non arrivano poi nella nazionale maggiore: perché? "Abbiamo studiato anche noi in Germania questo aspetto. Manca forse un po’ di mentalità e cattiveria, la voglia di guadagnarsi tutto questo anche fuori di casa". A ogni tonfo i discorsi si somigliano sempre, senza poi cambiare. Sarà così anche adesso? "Quello che mi preoccupa è che l’Italia era sempre famosa per buoni allenatori, buoni giocatori, ma sembra che sia stato perso il ritmo alto che serve nel calcio. Si è fermata agli Anni 90. Il gioco è cambiato, la preparazione anche, l’intensità è maggiore".
Voi in Germania siete famosi per esservi rialzati cambiando totalmente l’impostazione dei settori giovanili. Come ci siete riusciti? "All’inizio del Duemila per superare una crisi abbiamo creato le accademie per i giovani, abbiamo migliorato l’educazione degli allenatori, abbiamo cambiato i programmi, la filosofia, allo scopo di avere meno forza fisica, più tecnica e tanti altri aspetti fondamentali, però ci abbiamo impiegato dieci anni. Verso il 2010 ci sono stati i frutti di questa politica e nel 2014 siamo diventati campioni del mondo. Ci vuole tempo. Non c’è la soluzione, il magico allenatore. Il problema è che devi crescere i giocatori, dargli più spazio e far sì che diventino più bravi degli stranieri che giocano nel campionato". Ma il dibattito tattico su un sistema a 3-5-2 poco coraggioso è giusto? "Un po’ sì. Il calcio italiano è sempre stato tatticamente molto forte, molto pignolo in certi aspetti, però si è visto che il calcio è cambiato. È più atletico, più offensivo e in questo il vostro non si è adeguato, è rimasto indietro. Succede anche in Germania e anche in altri campi, pensi sempre di essere il numero uno poi vediamo nella nostra economia che altri Paesi che hanno più voglia di migliorare diventano più bravi. E nel calcio poi c’è un altro aspetto che conta molto". Quale? "Prendiamo i francesi: migliorati molto grazie ai giocatori figli dell’immigrazione. Anche noi ne abbiamo in Germania. L’aspetto sociale conta molto, serve anche nel calcio di adesso: come stai, dove vuoi arrivare, quanto sei disposto a soffrire già in età giovane. La fame degli ultimi arrivati. Serve a tutti, anche a voi".
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