Il lungo editoriale del noto giornalista per Sport del Sud
Imperatore: "I sorrisi di Allegri incuriosiscono quasi più dei risultati"
Intervenuto con il suo editoriale per Sport del Sud, Vincenzo Imperatore ha messo sotto analisi un aspetto relativo alle reazioni di Massimiliano Allegri dopo questo filotto di sconfitte. Ecco, dunque, quanto evidenziato:
"C’è qualcosa che, in questo avvio di stagione del Napoli, mi incuriosisce quasi più dei risultati: i sorrisi di Massimiliano Allegri. Ride in conferenza stampa. Sorride davanti alle telecamere. Stempera. Minimizza. Trasmette serenità. Sembra quasi che intorno a lui le cose vadano ragionevolmente bene. E invece il Napoli ha avuto un avvio disastroso. Il punto, naturalmente, non è pretendere che un allenatore si presenti davanti alle telecamere con il lutto al braccio dopo una sconfitta. E neppure stabilire una relazione scientifica tra la curvatura delle labbra dell’allenatore e la classifica. Sarebbe persino più ridicolo di certe statistiche calcistiche contemporanee. Il problema è un altro. Questo Allegri sembra diverso dall’Allegri che abbiamo conosciuto nelle stagioni precedenti. Nel passato abbiamo visto un uomo capace di perdere completamente la compostezza. Litigare. Urlare. Protestare. Togliersi giacca e cravatta. Trasformare un finale di partita in una rappresentazione teatrale nella quale mancavano soltanto l’orchestra e il sipario. Non era necessariamente un pregio. Anzi. Ma comunicava una cosa chiarissima: quell’uomo era emotivamente dentro la battaglia. A Napoli, almeno finora, la sensazione è differente. Ed è qui che il calcio diventa interessante se proviamo a leggerlo con gli strumenti dell’organizzazione aziendale. Quando entra in una nuova impresa, un manager può trovarsi in almeno due condizioni. Può avere ancora qualcosa da conquistare oppure può avere soprattutto qualcosa da conservare. Nel primo caso mette in discussione procedure, persone, abitudini. Fa domande scomode. Alza l’asticella. Entra in conflitto. Non perché ami necessariamente litigare, ma perché sente che il proprio successo dipende dalla capacità di modificare l’organizzazione. Nel secondo caso prevale più facilmente l’adattamento. Si accettano i vincoli. Si comprendono le esigenze della proprietà. Si riducono le frizioni. Si diventa, come piace dire nel linguaggio aziendale, “aziendalisti”. Parola bellissima e pericolosissima. Perché essere aziendalisti dovrebbe significare lavorare nell’interesse dell’azienda, non necessariamente nell’interesse di chi la comanda. Le due cose non coincidono sempre. Il bravo manager è aziendalista proprio quando, se necessario, rompe le scatole alla proprietà. Se ritiene che manchino risorse, lo dice. Se considera sbagliata una scelta, prova a cambiarla. Se vede comportamenti che danneggiano la squadra, interviene. Se percepisce che l’organizzazione sta entrando nella pericolosa zona della complacency, non sorride: crea tensione positiva. Per questo osservo Allegri. Non mi interessa stabilire quante volte sorrida durante una conferenza stampa. Mi interessa capire quanto abbia ancora fame di conflitto organizzativo. Perché la domanda, dopo tanti anni di carriera, tanti successi, tanti soldi guadagnati e tante battaglie combattute, è inevitabile: le motivazioni sono ancora quelle dell’Allegri che si spogliava in campo dalla rabbia? Non possiamo conoscere ciò che accade nella sua testa. Possiamo però osservare i comportamenti. E i comportamenti, per chi studia le organizzazioni, contano. Un manager può diventare più maturo. Può imparare che urlare non serve. Può comprendere che la leadership non consiste nel prendere a calci una bottiglietta o nel lanciare la giacca. Sarebbe persino auspicabile. Ma esiste una differenza enorme tra serenità e assuefazione, tra controllo emotivo e accomodamento, tra maturità e perdita della tensione competitiva. Ed è questa la sottile linea che oggi mi interessa osservare nell’Allegri napoletano. Perché un’organizzazione in difficoltà non ha necessariamente bisogno di un capo incazzato. Ha però bisogno di un capo inquieto. Uno che non consideri normale ciò che normale non è. Uno che protegga il gruppo senza proteggerlo dalla realtà. Uno che davanti a un problema non cerchi necessariamente un colpevole, ma nemmeno una battuta per farlo sembrare più piccolo. Il sorriso può essere leadership. Serve a togliere pressione, difendere i giocatori, evitare che una crisi tecnica diventi una crisi psicologica. Ma il sorriso può diventare anche un alibi comunicativo. E allora torniamo alla parola magica: aziendalista. Aziendalista non significa compiacente. Un dirigente compiacente difende la proprietà. Un dirigente aziendalista difende l’azienda. E qualche volta, proprio per difendere l’azienda, deve avere il coraggio di entrare in conflitto con la proprietà, con i collaboratori e persino con se stesso. Nel calcio vale esattamente la stessa regola. Per questo non rimpiango l’Allegri che si toglieva la giacca, urlava e sembrava sul punto di denudarsi davanti a milioni di telespettatori. Quello possiamo tranquillamente lasciarlo agli archivi televisivi. Vorrei però capire se sotto il sorriso di Napoli esiste ancora quell’Allegri. Non quello arrabbiato. Quello affamato. Perché perdere una partita sorridendo non significa nulla. Abituarsi a perdere sorridendo, invece, per un manager sarebbe un problema enorme".
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