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calcionapoli1926 interviste Gravina: “L’AIA va cambiata! Serie A e B da 18 squadre. Il problema non ero io”

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Gravina: “L’AIA va cambiata! Serie A e B da 18 squadre. Il problema non ero io”

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Le parole dell'ex presidente della FIGC
Francesco Giovinazzo

Gabriele Gravina, presidente uscente della FIGC, ha rilasciato una lunga intervista al Corriere dello Sport, affrontando i temi legati al futuro del calcio italiano, ai vivai e ai rapporti con la politica.

Gravina: “L'AIA va cambiata! Serie A e B da 18 squadre. Il problema non ero io"

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Il decreto crescita sembrava il freno principale allo sviluppo dei vivai. «Lo abbiamo giustamente criticato perché aveva portato il numero di stranieri dal 60% al 67%, poi è stato abrogato ma il dato è cresciuto al 70%. E la qualità di chi arriva non è più sempre così eccelsa».


Cosa si può fare per tutelare i nostri giovani? «Le idee fantasiose che circolano sono tutte contrarie alle normative europee sulla libera circolazione. Si può lavorare sugli incentivi e sperare in un accordo con i club».

Parliamo degli stessi club che hanno alzato l’età del torneo Primavera da Under 19 a 20? «Quella è stata la mazzata. Pensate, nelle competizioni internazionali la tendenza è abbassare l’età per sviluppare il talento».

Lunedì si va al voto. Che federazione lascia? «In ottima salute e con una progettualità avanzata, nonostante le tante aggressioni subite che mortificano non solo il lavoro di una governance con il 98,7% di consensi, ma anche gli 1,4 miliardi di gettito fiscale assicurati dal calcio al Paese».

Ma la nazionale non va al Mondiale dal 2014. «Continuiamo a pagare un conto salato, anche con la sfortuna. Ma come ha detto il presidente del Coni, Buonfiglio, un risultato sportivo non crea i presupposti per un commissariamento».

Eppure la politica ci ha provato. «Il Times ci ha definito un teatrino rumoroso. La politica vuole esercitare un potere che non le compete. Ci hanno già provato con il Coni, ora tocca alla Figc. La strategia è scientifica: prima si lavora sulla denigrazione dei singoli, si contestano i controlli, si mette in croce la giustizia, infine si tenta di indebolire finanziariamente l’ente».

E gli aiuti economici? «La politica invoca le riforme, però ha fatto di tutto per dare potere a chi le riforme non le ha mai volute».

Il governo ha appena tolto l’1% della mutualità alla Figc per assegnarlo alla Serie A femminile. «Partiamo dal metodo. C’è un’assoluta mancanza di rispetto nei confronti di un’istituzione. Non si può adottare un provvedimento del genere, tra l’altro con un decreto d’urgenza, cambiando la destinazione di risorse che il calcio produce da sé senza nemmeno avvisare».

E nel merito? «Hanno abolito proprio quel comma che permetteva la valorizzazione dei giovani e gli investimenti nei vivai. La federazione sarà costretta a fare dei dolorosi tagli, poi però non si parli più di attenzione ai vivai e di iniziative lodevoli come il progetto Zola. Così si colpisce il cuore del calcio».

Gravina: "La politica ha indebolito il calcio! La Serie A e la B devono tornare a 18 squadre"

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L’abolizione del vincolo, l’autonomia delle leghe, la commissione sui conti e questa novità: ha avuto la sensazione che ogni intervento della politica fosse peggiorativo? «Il vincolo è rimasto senza gli aggiustamenti promessi, l’autonomia ha generato stallo, la commissione un aggravio di costi spaventoso. Ora c’è questa norma che toglie risorse ai vivai. Il problema di questo governo non era solo Gravina».

Si è sentito bersaglio? «Spesso. Mi sono dimesso perché non potevo continuare questo braccio di ferro per difendere una posizione personale».

Lei ha detto «posso accettare tutto ma non di essere definito indegno». Si riferiva ad Abodi? «Mi si può dare dell’incapace, ma il ministro non può dare patenti di dignità. Troppo facile giocare con la passione dei tifosi delusi».

Quella maggioranza di cui ha parlato, non rischia di passare alla storia come un’occasione persa per le riforme? «Il 98,7% è una certificazione della qualità del lavoro che stavamo portando avanti. È legittimo che le componenti tutelino i loro interessi, ma quando noi abbiamo chiesto di togliere il diritto di veto ci è stato imposto di rafforzarlo e di dare più autonomia alle leghe. Nel momento del consenso massimo, qualcuno ha remato in direzione contraria».

Prima del playoff c’è stato un patto per stabilire la sua successione nel caso in cui le cose fossero andate male? «Diversi rappresentanti della Lega di A mi chiesero di non valutare le dimissioni in caso di fallimento sportivo. Un patto di successione non c’è stato».

Il suo impegno da vicepresidente Uefa? «Continuerò a lavorare sulle competizioni, ma anche sulla mutualità e sulla solidarietà di un sistema che rischia di scollarsi».

Le risorse delle coppe non rischiano di fagocitare i tornei domestici? «Temo che i campionati possano spaccarsi: da una parte chi gioca in Europa, dall’altra i club meno ricchi. Forse bisognerà tornare all’idea di Inter, Juve, Milan e Roma, che chiesero la riduzione a 18 della A con un rapporto di mutualità interna».

Siamo passati da un indice di liquidità che in A contestavano, tanto da portare la Figc in tribunale, al costo del lavoro allargato, che continua a mietere vittime. «Il problema non è mai il criterio, ma la salute. Il calcio è in grande difficoltà perché vive al di sopra delle proprie possibilità. Preciso che al governo non abbiamo mai chiesto soldi o contributi, ma misure strutturali».

La riduzione delle squadre professionistiche può essere la soluzione alla crisi economica? «È una delle soluzioni. Connessa ai meccanismi di promozione e retrocessione. Ogni stagione 9 club passano dai dilettanti ai professionisti. Tra questi, 7 ora rischiano di non avere uno stadio. La B cambia 7 squadre ogni volta, è il 35% dell’organico».

Tra le 17 bozze di riforma dei campionati che lei ha presentato, da quale si può ripartire? «Dalla Serie A e dalla B a 18. E poi dalla creazione di una B2, cioè una zona cuscinetto del professionismo dove potrebbero convergere tutte le seconde squadre. La Lega Pro dovrebbe confluire nei dilettanti e avrei riformato anche quest’ultimo mondo. Con il diritto di veto, però, si può fare ben poco».

Euro 2032, Gravina attacca: "Dal governo nessun euro, ritardi enormi"

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Capitolo Euro 2032. Se avessimo sfidato la Turchia, avremmo perso? «Certamente».

La scadenza per individuare le sedi sarà rispettata? «Il nostro partner ha presentato nel suo dossier gli stadi già fatti con un budget di investimenti per decine di miliardi. Noi siamo andati a Nyon con le idee, con i “forse faremo”, non avevamo neppure i rendering. Federazione, comuni e proprietà: questi i soggetti che dovrebbero prendersi il merito. Non è arrivato un euro di finanziamento dal governo per il terzo evento mondiale. Il comitato interministeriale si è riunito una volta, il commissario è entrato in scena con un ritardo enorme. Eppure abbiamo 15 proposte per 5 sedi. Dobbiamo farcela».

Lunedì sarà Malagò contro Abete. «Sono due ottimi dirigenti e la Figc in qualsiasi caso resterà in buone mani. Il vento dell’opinione pubblica lo sento, ovviamente».

Che ne pensa della presunta (tutta da dimostrare) ineleggibilità dell’ex n.1 del Coni? «Pantouflage… Io che amo l’arte e i colori mi dà l’idea di un quadro. Ma è un quadro molto astratto. Questi tentativi di affossare le persone non mi appassionano».

Resta incompiuta la riforma arbitrale. «È un rimpianto. Mi dispiace che il Collegio abbia bloccato quello che avevamo in mente per riscrivere i regolamenti. È un’associazione che ha cambiato 4 presidenti in 4 anni e che vive di lotte intestine. Ora assisteremo all’ennesimo spargimento di sangue a discapito degli arbitri in campo, che restano delle eccellenze. L’Aia va rivoluzionata».

La giustizia sportiva, invece, va cambiata? «È un modello. Abbiamo un codice all’avanguardia e magistrati di alto profilo, l’autonomia, lo garantisco, non è stata mai intaccata».

C’è chi considera inaccettabile che i presidenti federali scelgano giudici e procuratori. «Li nomina il consiglio, non il presidente. Ma perché i membri della commissione sui conti li ha scelti un marziano?».

Se lei fosse Mancini cosa farebbe per tornare? «Mancini chiese a me di riprendere un percorso interrotto. Ma avevo già scelto Gattuso, che per me sarebbe dovuto rimanere dopo la Bosnia. La scelta del ct spetta al mio successore».

Baldini è piaciuto agli italiani. «Molto. Ma bisogna valutare le conseguenze di certe scelte. Lui ha come focus la qualificazione olimpica, dobbiamo stare attenti a non rovinare un progetto costruito con visione».

Di quale conquista va più orgoglioso? «La prima è aver fatto ripartire il calcio dopo il Covid. Ma come posso non citare la vittoria dell’Europeo, la costruzione della filiera giovanile, il piano industriale, il nuovo codice di giustizia, il riconoscimento del professionismo femminile e la divisione paralimpica?».

Un errore che non rifarebbe? «Dovevo andarmene prima, già a giugno-luglio 2025, una volta constatato che ogni tentativo di riforma si sarebbe arenato».

La fermò qualcuno? «L’idea di poter dialogare con le componenti. Temevo poi che mi avrebbero accusato di fuggire dall’ipotesi di non andare ai Mondiali. A quel punto ho bevuto il calice fino alla fine».

Un’intervista a Gravina senza mai nominare Lotito. È un record, presidente? «I fatti di questi giorni e l’insoddisfazione del popolo laziale raccontano molto di più di quanto potrei dire io».