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calcionapoli1926 interviste Dossena: “Tornassi indietro non lascerei mai Napoli! Oggi mi ispiro a Sarri e Conte”

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Dossena: “Tornassi indietro non lascerei mai Napoli! Oggi mi ispiro a Sarri e Conte”

Dossena: “Tornassi indietro non lascerei mai Napoli! Oggi mi ispiro a Sarri e Conte” - immagine 1
L'ex esterno di Napoli e Liverpool ha raccontato la sua carriera ai microfoni della Gazzetta dello Sport
Francesco Iodice

L'ex esterno del Napoli ed oggi allenatore del Novara, Andrea Dossena, ha rilasciato un'intervista ai microfoni della Gazzetta dello Sport in cui ha parlato anche della sua esperienza azzurra. Ecco quanto dichiarato.

"Salutai perché volevo giocare di più", le parole di Dossena

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“A 6 anni giocavo in strada con gli amici, a 36 ho smesso perché volevo allenare. Ho avuto la fortuna di vivere una carriera incredibile: Serie A, Premier, Champions League, la Nazionale. Oggi ai miei ragazzi dico che devono lottare ogni giorno per inseguire i loro obiettivi”.


L’ex esterno sinistro classe ’81 ha salvato il Novara nel girone A di Serie C. Niente playout, missione compiuta: “La posizione in classifica non ci interessa. Se lavori bene e in campo vai forte, i risultati arrivano”.

Dossena è partito dalla piccola Pieve Fissiraga, poco più di mille abitanti in provincia di Lodi, ed è arrivato a indossare la maglia del Liverpool insieme a capitan Gerrard, Xabi Alonso e Torres. Su assist di Mascherano ha segnato un gol incredibile contro il Real Madrid. Ha affrontato i più grandi: Adriano, Ronaldinho, Cristiano Ronaldo, Messi.“Qualche soddisfazione me la sono tolta. Leo era un alieno, non perdeva mai il pallone. Nel 2011 realizzò una doppietta incredibile al Trofeo Gamper contro il mio Napoli. Finì 5-0 per i blaugrana. Loro correvano e pressavano altissimo, non capivamo come fermarli. Tutta colpa del tiki-taka di Guardiola”. 

Qual è la sua filosofia di gioco?“Segnare un gol in più degli avversari. Ho studiato tanto il Napoli di Sarri. Secondo me, è la squadra che ha espresso il miglior calcio negli ultimi anni. Mi piacciono anche l’intensità di Conte e le verticalizzazioni di Gasperini”.

Quando ha capito che sarebbe diventato un allenatore? “Non ne volevo sapere di smettere, il calcio è tutto. La mia vita è rimasta la stessa, a cambiare è stata la prospettiva. Vivo di quelle emozioni che soltanto il campo sa dare”. 

È arrivato al Novara a gennaio per allontanare la squadra dall’incubo playout e c'è riuscito. “In Serie C la classifica è stata sempre cortissima: la distanza tra playoff e playout è sempre rimasta di pochi punti. Il gruppo è unito, i ragazzi sono pronti a sacrificarsi su ogni pallone. È questo ciò che conta”. 

Da calciatore ha avuto grandi maestri: Malesani, Galeone, Benitez, Mazzari. “Nel 2001 ho esordito in A con il Verona di Malesani: nei metodi di lavoro era avanti 25 anni. Galeone all’Udinese aveva Allegri come collaboratore tecnico. Max leggeva in anticipo le situazioni di gioco, ero sicuro sarebbe diventato un grande allenatore. Benitez al Liverpool giocava troppo in difesa, Mazzarri al Napoli non cambiava mai l’undici titolare”.

È vero che Galeone punzecchiava Di Natale a ogni fine allenamento? “Una volta, il mister disse a Totò: 'Se colpisci la traversa cinque volte di fila, domenica giochi titolare. Altrimenti vai in panchina'. Lui ovviamente ci riuscì”.

Con il club friulano conquista la qualificazione in Coppa Uefa nel 2008. Poi arriva l’occasione Liverpool. “Stavo facendo molto bene, a gennaio di quell’anno mi voleva il Tottenham. Ma il presidente Pozzo rifiutò. Si fece avanti anche la Juventus, alla fine fu il Liverpool a spuntarla. Ho affrontato quell’avventura con la spensieratezza di un 25enne, ero spaesato. Adesso mi godrei tutto con maggior consapevolezza”. 

Con i Reds ha vissuto uno dei momenti più belli della sua carriera. “Liverpool-Real Madrid, ottavi di ritorno di Champions 08/09. Al Bernabeu vincemmo 1-0, al ritorno finì 4-0 per noi. In carriera ho segnato pochissimo, circa una decina di gol. Uno proprio contro Casillas in quella sfida ad Anfield. Quattro giorni dopo trovai la rete pure contro lo United di CR7, Rooney e Tevez. Ricordo che scappai da Old Trafford perché avevo l’aereo per Milano, la stessa sera dovevo essere a Coverciano per il ritiro della Nazionale”. 

Nel marzo 2009, con Lippi tornato in panchina, c’era in palio l’accesso al Mondiale in Sudafrica. Eravamo i campioni del mondo in carica, eppure qualcosa non andava. In campo non riuscivamo a esprimerci al meglio. A febbraio, l’amichevole contro il Brasile di Adriano e Ronaldinho terminò 2-0 per i verdeoro. In Confederations Cup l’anno successivo non superammo il girone. I segnali c’erano già”.

Con il Napoli di Mazzarri ha vinto la Coppa Italia nel 2012 contro la Juventus. “Un anno prima riuscimmo a conquistare la prima qualificazione in Champions del Napoli post Maradona. Il gruppo era per metà sudamericano, festeggiavamo ogni giorno. Le grigliate con Zuniga, le serate con Lavezzi e Cavani. Il più folle era Aronica. Ogni giorno faceva scoppiare i petardi nello spogliatoio, pure nelle docce. Che ridere con Tommaso”. 

Ci racconti. “Giocavo esterno a sinistra, quindi correvo sulla fascia. Spesso durante gli allenamenti, Tommaso si avvicinava a bordocampo e mi diceva: ‘Andrea, vuoi un po’ di caffè?’. È simpaticissimo”. 

Perché ha detto addio al Napoli nel 2013? “Volevo giocare di più, Lo Monaco mi convinse ad accettare il Palermo. Dovevamo salvare la squadra. C’erano Miccoli, Vazquez, un giovane Dybala. Pure Ilicic, un campione fragile. La stagione andò male. Tornassi indietro, non lascerei mai il Napoli”. 

Ha avverato tutti i suoi sogni o manca ancora qualcosa? “Mi piacerebbe lavorare nel calcio fino a 60 anni. Vorrà dire che avrò fatto bene pure da allenatore”.