Si aspettava un’ultima recita così convincente da parte di Messi?
—“È andato oltre le aspettative, ancora una volta. Si è presentato in una condizione incredibile che dimostra la professionalità e la voglia: a 39 anni è ancora determinante. Leo ha la capacità intellettiva di trovarsi sempre nella posizione giusta perché comprende prima cosa succede”.
Lei ha allenato Kane al Tottenham.
—“Harry è un grande nove, ma è anche quasi un dieci: capisce i movimenti, sa quando abbassarsi e fare il regista. Giocatore eccezionale, di grande qualità tecnica. Era ingiusto che non avesse vinto nulla, nel Bayern si sta prendendo le soddisfazioni che merita. E chissà che non ci riesca anche in nazionale. Kane è un leader a modo suo, magari non a parole, ma dentro il gioco. I compagni lo cercano perché si fidano e lui non li delude mai”.
Nei due anni all’Inter ha allenato Lautaro. Cosa la colpisce di lui?
—“La sua crescita continua. E poi la personalità e il carisma. C’è un’Inter con Lautaro e un’Inter senza: la sua presenza sposta tanto. L’azione di Lautaro nel terzo gol dell’Argentina all’Egitto è passata un po’ inosservata, ma è pazzesca: ha risalito il campo, ha difeso la palla, ha lasciato a Enzo Fernandez il tempo di arrivare e ha fatto un cross perfetto. Non ti aspetti da un nove una giocata del genere. E poi Lautaro ha capito, come Alvarez, di poter essere importante anche solo per pochi minuti. Hanno accettato la situazione mettendo il loro ego dietro alle esigenze della squadra: bravissimi loro due e Scaloni a convincerli”.
Allarghiamo il discorso. Dopo questo Mondiale, quale direzione sta prendendo il calcio?
—“Il calcio è globalizzato. Oggi non ci sono squadre impreparate tatticamente. Tutti hanno un’organizzazione difensiva di buon livello. In passato, ad esempio, le nazionali africane avevano giocatori di talento, ma dietro ti concedevano parecchio a causa di grandi errori e mancanza di equilibrio. Adesso è difficile giocare contro ogni squadra perché non ci sono spazi”.
Tra le altre cose, è stato il Mondiale del blocco basso. L’ha sorpresa questa soluzione adottata da tante nazionali?
—“No. E sono contento di averla vista perché ogni squadra, per esprimersi al massimo, deve aver chiaro il proprio potenziale e capire come farlo emergere. Il miglioramento tattico generale è notevole. E sia chiaro che il blocco basso lo fanno tutti, mica solo le formazioni meno forti. Se vuoi vincere, il blocco basso devi saperlo fare: non c’è proprio discussione. Il segreto è cambiare atteggiamento nel corso della partita e interpretare bene ogni momento. Guardi la Norvegia contro l’Inghilterra: per mezz’ora ha lasciato la palla agli avversari, perfino Haaland diceva ai compagni di stare bassi e di aspettare. Il portatore inglese non veniva mai pressato, il loro scopo era la copertura degli spazi e delle linee di passaggio. Poi hanno cambiato e avrebbero potuto vincere. L’Inghilterra è stata sorpresa e dopo il primo gol ha rischiato il raddoppio: se Sorloth passa a Haaland, finisce male”.
Come si attacca un blocco basso?
—“Con i cambi di gioco, cercando il lato debole per fare l’uno contro uno. Con i tiri dai venti o venticinque metri. Con gli inserimenti senza palla. Se non trovi queste soluzioni diventi piatto e prevedibile”.
Vedremo meno pressione alta?
—“Ci sarà, ma non di continuo. Al Mondiale, forse per il caldo, ne abbiamo vista poca. In campionato o nelle coppe ce n’è di più. Per essere davvero efficace, va fatta uomo su uomo, altrimenti il rischio di essere superati è troppo alto. Puoi abbassarti, difenderti e poi risalire con le pressioni”.
Qual è la chiave tattica per creare una squadra vincente?
—“L’atteggiamento di una squadra ormai è determinato dal numero di giocatori con cui attacca e con cui viene attaccata. Ecco perché non ha più senso parlare di moduli o di difesa a tre o a quattro. Si difende sempre in cinque o sei, perché non si può più concedere la superiorità numerica a un avversario che viene su con sei elementi. E quando attacchi, devi essere bravo a proteggerti: bisogna essere pessimisti e fare bene le preventive intuendo lo sviluppo avversario se perdi palla”.
Questo significa che in allenamento la stessa azione viene provata nelle due fasi?
—“Esattamente: la stessa situazione di gioco viene studiata per portare al tiro uno dei sei calciatori impegnati nella fase offensiva, ma anche per preparare gli altri quattro a intervenire in un certo modo se la palla viene persa. Nulla può essere lasciato al caso”.
Quindi i vecchi moduli non esistono più?
—“Proprio così, è cambiato tutto. Adesso esistono un sistema offensivo e un sistema difensivo. Contano i riferimenti: io ad Alisson chiedevo di seguire il terzino avversario che spingeva. In attacco possiamo giocare 3-2-5 e decidere se tra i tre dietro c’è un terzino oltre ai due centrali o magari c’è il play che si abbassa. Oppure 2-3-5 e perfino 2-2-6. Ma poi, quando difendi, di base sei con il 4-4-2 e spesso con il 5-4-1. I vecchi moduli raccontano un calcio che non c’è più, bisogna ragionare in modo diverso”.
Vincerà sempre chi si difende meglio?
—“Sì, a patto che non ci sia solo difesa, ma si cerchi di imporre idee e gioco in avanti. Nelle fasi decisive di ogni torneo c’è più voglia di risultato che di estetica. Vale anche per la Champions. Pensi alla semifinale Psg-Bayern: undici gol complessivi, nove nei primi 68’ dell’andata, due nei restanti 112’. È normale, nessuna squadra può essere soddisfatta di aver preso quattro o cinque gol, pur se ne ha segnati tanti. Vince chi è completo, chi attacca con coraggio e difende con intelligenza. La partita la devi comandare, ma in entrambe le fasi”.
Quali giocatori meno noti hanno meritato la sua attenzione al Mondiale?
—“Mi sono piaciuti Hassan, l’esterno dell’Egitto; Bouaddi, il centrocampista del Marocco; e Oulai, il centrocampista della Costa d’Avorio”.
Rispettiamo il suo desiderio di non affrontare l’argomento della nostra Nazionale. Però, per chiudere... una parola sull’Italia?
—“Ne sono state dette troppe. È l’ora dei fatti, non delle chiacchiere e della politica. Non possiamo saltare tre Mondiali di fila: è stata compiuta un’impresa al contrario”.
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