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#Chenesannoi2000 – Quiroga: “Con Zeman avevamo un rito. Mi chiamano Iceberg perché…”

#Chenesannoi2000 – Quiroga: “Con Zeman avevamo un rito. Mi chiamano Iceberg perché…”

Il secondo ex Napoli della rubrica di CalcioNapoli 1926 "Che ne sanno i 2000" è Facundo Quiroga che ha militato in azzurro nel 2000-2001

Redazione

Cari lettori di CalcioNapoli1926 vi diamo il benvenuto al secondo appuntamento della rubrica #Chenesannoi2000, a cura di Domenico D'Ausilio e Giovanni Frezzetti. Ogni settimana proporremo la scheda e un'intervista esclusiva ai nostri microfoni ad un ex calciatore del Napoli che ha militato in maglia azzurra tra gli anni 90 e inizio 2000. Per il secondo episodio, nostro ospite è stato Facundo Quiroga.

Quiroga, l'ultimo elegante "libero" del Napoli

 Facundo Quiroga (Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT)

Facundo Quiroga, difensore argentino, ha militato in maglia azzurra soltanto per una stagione, nel 2000-2001 con il Napoli appena promosso in Serie A. Arrivò a 22 anni dallo Sporting Lisbona, insieme a José Luis Vidigal, a titolo temporaneo con diritto di riscatto a favore del Napoli o rinnovo del prestito per un'altra stagione. In quella stagione sfortunata per gli azzurri, terminata con la retrocessione in Serie B, l'argentino mise insieme 28 presenze. Iceberg (soprannome datogli da Raffaele Auriemma nelle sue radiocronache) fu uno dei pochi a salvarsi da quella turbolenta annata in cui ci fu il cambio di presidenza (da Ferlaino a Corbelli) e l'avvicendamento in panchina da Novellino (tecnico della promozione) a Zeman.

La svolta

Quiroga non vide mai il campo nelle prime cinque partite di campionato con il tecnico boemo, poi diventò titolare indiscusso. Il suo esordio in Perugia-Napoli 1-1, alla sesta giornata, fu l'ultima gara con Zeman al timone. Fu messo in atto un radicale cambiamento, anche tattico. Si passò dal 4-3-3 spregiudicato di Zeman, al più 3-5-2 accorto del nuovo allenatore Mondonico. Ma per Quiroga, a differenza di Sesa come raccontato nello scorso appuntamento, l'avvicendamento si rivelò una manna dal cielo. Il "Mondo" schierò l'argentino da libero nel pacchetto arretrato a tre, affidandogli l'avvio dell'azione: mettendo in mostra eleganza palla al piede e nelle movenze. Le sue prestazioni di buon livello, però, non gli valsero la riconferma in azzurro. La nuova discesa in Serie B del Napoli diede vita ad un terremoto tecnico e societario, con conseguenti ripercussioni a livello economico che imposero una revisione di parco giocatori e tetto ingaggi. Fu impossibile per il club, dunque, investire sul cartellino di Quiroga, nonostante avesse la possibilità di riscattarne il cartellino o almeno il prestito per un'altra stagione.

Dopo Napoli

Tornò, quindi, allo Sporting Lisbona, giocando in Portogallo per altre tre stagioni. Passato al Wolfsburg nel 2004, giocò in Germania per quattro stagioni, per poi fare ritorno in patria nel 2008 al River Plate. Nel 2010 passò all'Huracan e vi rimase per una sola annata. Chiuse la carriera all'All Boys nel 2013 a 35 anni. Conta anche sedici presenze con la maglia dell'Argentina, partecipando alla Copa America del 2004. Di seguito la nostra intervista esclusiva a Facundo Quiroga.

L'intervista a Quiroga

 Roberto Baggio e Facundo Quiroga (Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT)

Salve Quiroga, come sta? Oggi continua a stare nel mondo del calcio e vuole allenare.

“Sì, alleno un piccolo club in Argentina. Sto studiando per crescere in questo settore. È un progetto che ha bisogno di tempo”.

C’è bisogno di tempo anche perché il calcio è cambiato.

“Oggi è sicuramente diverso. Sicuramente c’è più velocità e tatticamente ci sono dei cambiamenti. Sono sorpreso dal fatto che in Italia ci siano molte squadre che giocano con cinque difensori. Sicuramente questa cosa ha un fondamento perché spesso si fa più densità al centro. Mi piace molto Bielsa, un allenatore che guarda sempre avanti. Gli devo tanto perché mi ha portato in nazionale”.

Ne ha avuto anche un altro di allenatore che guardava avanti: Zeman.

“Zeman è sempre stato duro, ma lo faceva per il bene dei calciatori, per farli crescere. Io lo ringrazio perché mi ha insegnato tante cose che altri allenatori non hanno fatto. Oggi quegli allenamenti di una volta non ci sono più”.

E quell’anno al Napoli penso sia indimenticabile per lei…

“Assolutamente, sono stato benissimo, nonostante i risultati. Io sarei voluto rimanere e l’avrei fatto senza la retrocessione. Ma non venni riscattato. Fa piacere comunque essere rimasto nella mente dei tifosi. Per un argentino giocare nel Napoli è sempre bellissimo. Vorrei tornare a Napoli anche per rivedere la città. La gente è fantastica, in un solo anno mi hanno trasformato in un napoletano. Infatti ad oggi sono ancora tifoso della squadra e seguo le partite”.

E cosa ne pensa di questo Napoli?

“Ha una squadra forte e può puntare alla scudetto. Sono rimasti tanti calciatori di qualità. Non conosco Spalletti, ma chi invece l’ha conosciuto me ne ha parlato tanto bene. Poi c’è Koulibaly che è il nuovo iceberg (ride, ndr)”.

Poi quando era a Napoli la chiamavano “Iceberg”.

“Sì, me lo ricordo (ndr). Mi dicevano che ero troppo freddo come difensore. A me piaceva giocare sempre il pallone, ma gli allenatori mi chiedevano di buttare la palla lunga”.

Quindi le piaceva già allora la costruzione dal basso?

“Diciamo che dipende dalla squadra e dai calciatori che si hanno in difesa. Se c’è la qualità penso sia una cosa da fare assolutamente. Ma deve esserci un limite, a un certo punto bisogna lanciare la palla sugli attaccanti”.

Un aneddoto particolare che le è accaduto a Napoli?

“Quando dovevamo giocare la domenica, il giovedì, dopo l’allenamento, andavamo a mangiare la mozzarella di bufala (ride, ndr). Poi il ricordo più grande è stata l’emozione di giocare nella squadra di Maradona. Questa cosa per noi argentini vale tantissimo e ci fa sentire subito napoletani”.

A cura di Giovanni Frezzetti e Domenico D'Ausilio

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