Calcio Napoli 1926 Editoriali Non si salva nessuno, la sconfitta di Venezia smaschera tutti gli errori del Napoli

Non si salva nessuno, la sconfitta di Venezia smaschera tutti gli errori del Napoli

Sara Ghezzi
Allegri, società, giocatori, sono tutti sul banco degli imputati

Nella vita non conta non essere sconfitti, ma come si reagisce alla sconfitta. Il Napoli, dopo essere caduto contro il Villarreal, non ha reagito ed è caduto nuovamente. Gli azzurri sono crollati al Penzo contro il Venezia, la squadra che fino a ieri non aveva collezionato nemmeno un punto. Il Napoli ha perso senza fare davvero nulla per evitarlo: tanti tiri in porta, nessuno dei quali è stato concretizzato, e un calcio di rigore calciato come se fosse una pratica fastidiosa da sbrigare in fretta. Un Napoli ufficialmente in crisi, una squadra che non è più una squadra, con giocatori che, ancora una volta, sembrano nascondersi, lasciando l'allenatore in trincea. Questa volta tocca a Massimiliano Allegri. Ma la verità è che, al momento, non funziona nulla. E qualcuno, un anno fa a Bologna, aveva provato ad avvertire tutti.

Le colpe di Allegri fino a oggi

Massimiliano Allegri ha le sue colpe, e bisogna partire da questo presupposto. In oltre due mesi non è riuscito a dare un'identità alla squadra, non è ancora riuscito a portare i giocatori dalla sua parte e, soprattutto, non ha impresso una precisa idea di gioco. Il Napoli del primo tempo non aveva soluzioni: una manovra sterile e una produzione offensiva troppo limitata. Gli azzurri sembravano quasi aspettare che accadesse qualcosa, senza costruire davvero, senza una direzione. Il calcio non può essere questo. I singoli possono trovare la giocata decisiva, ma non può essere questa l'unica soluzione a cui affidarsi. Le domande sono tante, così come le cose che non vanno. E trovare le soluzioni spetta proprio ad Allegri. Perché è lui la guida della squadra e ha l'esperienza necessaria per provare a uscire da questo momento così difficile. Dovrà lavorare per trovare la corda giusta da toccare, ma questa volta dovrà farlo definitivamente, senza ripetere quanto accaduto dopo l'illusoria vittoria contro il Frosinone. In campo non si è vista soltanto una squadra che fatica a esprimere il gioco richiesto dall'allenatore. Si è vista una squadra che fatica a interpretare la partita, perde certezze al primo ostacolo e non riesce a trovare una reazione collettiva quando le cose si mettono male. Il gol di Adams, arrivato a inizio ripresa, ha messo a nudo fragilità già emerse nelle scorse partite. Il Napoli ha provato a reagire, ma lo ha fatto con una frenesia che troppo spesso ha preso il posto della lucidità. Attaccare non significa necessariamente giocare bene. Accumulare occasioni non equivale a dominare una partita. E avere il pallone tra i piedi non significa avere il controllo di ciò che succede in campo.
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Tutti sul banco degli imputati

Chiarite le responsabilità di Allegri e dopo averlo messo sul banco degli imputati, proviamo a indossare i panni degli avvocati difensori. Perché pensare che Massimiliano Allegri sia l'unico responsabile di questo disastro non sarebbe intellettualmente onesto. Il Napoli non è più un collettivo e Conte aveva provato ad avvertire tutti. Un allenatore può incidere fino a un certo punto quando i giocatori non girano. E, purtroppo, il problema principale di questa squadra sembra essere proprio questo. In troppi stanno rendendo al di sotto delle proprie possibilità, mentre altri non riescono proprio a integrarsi. Lucca non sta dando le risposte che ci si aspetta da un centravanti chiamato a garantire peso e concretezza. De Bruyne, entrato nella ripresa, ha avuto dal dischetto l'occasione per rimettere in discussione il risultato, ma si è fatto ipnotizzare da Stankovic. Un errore che non gli capitava da sei anni e che assume un sapore ancora più amaro per il modo in cui è arrivato al momento di calciare. Hojlund non è riuscito a sfruttare una chance importante e altri azzurri sono rimasti lontani dal livello necessario. Il problema non è individuare un colpevole per ogni errore, ma prendere atto che il rendimento insufficiente di troppi singoli sta impedendo al Napoli di essere competitivo. Naturalmente, nessun giocatore può essere condannato per una singola partita. Ma quando le prestazioni insufficienti si accumulano e la squadra non riesce a trovare continuità, non è più possibile liquidare tutto come una giornata storta. Un campione può sbagliare un rigore, un attaccante può fallire un'occasione, un difensore può commettere un errore. Quello che non può diventare normale è vedere una squadra incapace di compensare le difficoltà dei propri compagni, di reagire con ordine e di trovare una soluzione condivisa. È questo che distingue un gruppo di buoni calciatori da una squadra vera.

Le scelte societarie non stanno ripagando

E poi c'è la società, perché una squadra così non nasce soltanto in panchina e non si costruisce esclusivamente durante gli allenamenti. In estate, la dirigenza ha scelto di non intervenire in maniera significativa, ritenendo che la rosa fosse sufficientemente forte e che il rendimento deludente di alcuni giocatori fosse dovuto, almeno in parte, alla gestione di Conte. Oggi, però, quella valutazione sembra non trovare conferme sul campo. Non sono arrivati rinforzi adeguati e non è stato garantito un ricambio sufficiente in alcuni ruoli, soprattutto per quei giocatori che potrebbero aver chiesto troppo al proprio corpo e alla propria mente. Il Napoli appare logorato e il campo sta confermando le difficoltà di una rosa che fatica a reggere le richieste della stagione.

Una società ambiziosa deve assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Deve scegliere un allenatore in funzione di un progetto, metterlo nelle condizioni di lavorare e costruire una rosa dotata di una precisa logica tecnica. Ma deve anche valutare ciò che sta accadendo senza rifugiarsi nella speranza che basti aspettare per vedere tutto sistemarsi.

Se il Napoli non gira, non è sufficiente chiedersi se Allegri sia l'uomo giusto. Bisogna domandarsi anche se gli siano stati messi a disposizione gli strumenti adeguati e se le scelte compiute a monte siano coerenti con gli obiettivi dichiarati. Poi c'è il grande problema degli infortuni, che da due anni e mezzo rappresentano una criticità enorme. Eppure, non si è ancora riusciti a individuare e affrontare alla radice le cause di questa situazione. Adesso il problema ricade anche su Allegri, che ha già dovuto fare i conti con nuovi stop: Anguissa si è fermato due volte, così come Alisson Santos e Neres.

Venezia ha smascherato tutti: servono risposte

Venezia ha smascherato tutti: allenatore, giocatori e società. Servono risposte, serve un intervento serio. E no, la soluzione non è necessariamente l'esonero di Allegri, ma un'assunzione generale di responsabilità da parte di tutti, senza che nessuno possa chiamarsi fuori.

Servirebbe una vera e propria tavola rotonda, nella quale trovare anche il coraggio di progettare una rivoluzione già a gennaio. L'obiettivo dovrebbe essere quello di mettere Allegri nelle condizioni di lavorare con una squadra che rispecchi le sue idee, non costruita secondo logiche aziendali, ma realmente funzionale al calcio che vorrà proporre. Solo allora si potrà giudicarlo fino in fondo e metterlo in cima alla lista dei colpevoli, qualora le cose non dovessero cambiare. Perché le responsabilità dell'allenatore sono evidenti, ma non possono diventare un alibi per tutti gli altri.

Adesso bisogna scegliere: continuare a cercare un unico colpevole oppure avere la lucidità e il coraggio di riconoscere che tutti devono contribuire a uscire da questa situazione?

Perché quando una squadra non è più una squadra, il problema non è soltanto chi la allena. È tutto ciò che è stato fatto, e tutto ciò che non è stato fatto, per costruirla.

A cura di Sara Ghezzi

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