Che fine ha fatto il Napoli con gli occhi della tigre? Con Mazzarri la squadra era meno forte ma sputava l’anima!

Quella terribile nostalgia del ‘senza giacca’ di Mazzarri

di Redazione

Potrebbe sembrare cosa facile, invece c’è una tale confusione da diventare impresa ardua tra le poche certezze e un enorme imbarazzo. Si salva sicuramente la passione, l’amore di un popolo per i suoi colori, in un anno, il 2020, così buio e crudele che ci ha tolto anche un fratello, un padre, un amico, un eroe, un rivoluzionario, un difensore della nostra città.

Un anno che ci ha tolto il più grande calciatore di tutti i tempi. Faccio fatica a scrivere che D10S è morto, allora mi limito a dire che durante questo balordo 2020, lo stadio di Napoli ha cambiato il nome in stadio Diego Armando Maradona. Chiusa questa parentesi, tornando all’aspetto puramente calcistico, c’è da dire che sicuramente qualcosa ha preso delle pieghe inaspettate e questo è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti.

Si può vincere o perdere ma è il “come” che fa la differenza!

napoli
(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

 

Potremmo spendere parole di elogio, potremmo parlare del Napoli con fierezza e a testa alta per le tante superbe prestazioni, potremmo pensare ad una Coppa Italia alzata al cielo, ma potremmo parlare di brutte cadute, di partite in cui il Napoli non è il Napoli ma un’ameba senza animo e senza scheletro. In sintesi si potrebbe parlare di momenti talmente divergenti da lasciare destabilizzati. Si pensi alle ultime cinque partite di campionato dove i partenopei hanno portato a casa solo quattro punti, di cui uno contro il Torino, strappato al 92°. In novanta minuti si può vincere e si può perdere, ma c’è modo e modo di perdere.

Si può perdere uscendo però a testa alta, con dignità e questo troppo spesso non è accaduto. Capita quindi di ritornare con la memoria alla squadra di Walter Mazzarri, un Napoli meno sontuoso, meno ricco di grandi calciatori, ma era un Napoli che aveva gli occhi della tigre (come direbbe qualcuno). Un Napoli cazzuto (come direbbe qualche altro). Si perdeva ma con dignità, si vinceva giocando un gran calcio, si vinceva di rimonte impensabili al limite della realtà, si vinceva in pieno recupero dopo atroci sofferenze. Si, perché una grande squadra deve prima di tutto saper soffrire. Oggi invece si passa con una semplicità disarmante dalle stelle alle stalle in pochi giorni di distanza, poi come le montagne russe ancora su e poi giù. Il Napoli non ha equilibrio, non ha una stabilità e questo è un dato certo. E’ una squadra senza spina dorsale? Troppo drastico.

Quanto vi manca il Napoli di Mazzarri? Meno bello ma… letale!

Il Napoli non ha continuità, ma perché? Sarebbero tante le domande. Non contesto il gioco ne tantomeno voglio parlare di fatturati o di congetture; voglio soffermarmi sull’approccio alla gara, sullo spirito. Cosa succede? Tante volte si ascoltano e si leggono continui alibi: eravamo stanchi, partite ravvicinate, troppi infortuni, è difficile giocare senza il tifo, c’è tensione con la società, ci sono i problemi dei rinnovi, c’è dispiacere per la miastenia di Gattuso. Solo alibi! In campo scendono professionisti, scendono uomini, da un lato con le proprie debolezze ma dall’altro con il proprio carattere, la propria grinta, la propria dignità.

Anche vero è che ultimamente Ringhio Gattuso non ringhia più a causa delle sue problematiche, ma questa non può e non deve essere una scusante. E’ una squadra sciolta, questa è la realtà. Ci sono sicuramente limiti tecnici e tattici, accorgimenti che ogni squadra deve adottare, ma quando i calciatori scendono in campo molli e dopo tre giorni gli stessi sembrano undici leoni, forse è a causa di mancanza di coesione e gli stimoli vanno e vengono in base a tante variabili imponderabili. Il Napoli è come il bambino che va a scuola e durante gli incontri con la famiglia, l’insegnante dice: “E’ intelligente ma non si applica. Potrebbe fare molto di più“.

Questo è il più grande rammarico calcistico dell’anno. Sono tanti i dubbi e ognuno di noi si interroga e cerca di trovare le proprie spiegazioni, spesso tutte differenti l’una dall’altra. Tutti però siamo convinti nel “credo” che si scenda in campo per la maglia che si indossa, poi non conta se l’avversario è il Liverpool o la Cavese (con tutto il rispetto). Si scende in campo per onorare la città che si rappresenta… come ha sempre fatto D10S, dentro e fuori le mura dello stadio Diego Armando Maradona di Napoli.

Articolo a cura di Gerardo Di Lorenzo

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