editoriali

Abbiamo amato l’uomo che ha pianto per quei poveri diavoli di Culiacán

Abbiamo amato l’uomo che ha pianto per quei poveri diavoli di Culiacán

Nessuno ha scritto che il Maradona uomo è stato tanto speciale quanto il Maradona calciatore

Giovanni Ibello

"Ci sono poche cose che il cinema non può riprodurre: la bibbia, la divina commedia e Maradona". Lo ha detto Marco Ciriello, un bravissimo scrittore napoletano che qualche anno fa ha dato alle stampe il libro "Maradona è amico mio" (66thand2nd edizioni), un'opera che secondo il parere di chi scrive, è un piccolo capolavoro. Maradona è amico mio racconta il calcio (e quindi racconta D10S) con grande originalità: è una zona franca dagli stereotipi che da sempre molestano l'immagine del nostro amato.

Maradona è anche amico mio

Su Maradona si sono scritte migliaia di pagine, per non parlare delle produzioni cinematografiche. Sgomberiamo il campo dagli equivoci: sembrano veramente tutte uguali. Partono tutte con le immagini del piccolo Pelusa che corre col pallone incollato al piede. E poi c'è la droga, e poi gli eccessi, e i respiri, trafelati e "lisergici", dei primi anni 2000. Forse nessuno ha scritto che il Maradona uomo è stato tanto speciale quanto il Maradona calciatore.

Fabrizio De André ha inciso un disco sul Cristo (non su Dio) per fotografare l'uomo e le sue meschinità. Sembra vuota retorica, ma il bene e il male da sempre dialogano, e la gioia "è il nostro dolore senza maschera". Allo stesso modo, Diego ha declinato l'essere umano nel vertice della bellezza e nell'abisso.

Chiudendo il cerchio dei riferimenti illustri (ma per Maradona "scomodiamo" solo i più grandi), ora parliamo un attimo di visioni. Prendiamo in prestito le parole di Arthur Rimbaud: "Il poeta - scrive l'autore francese -  si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza". Seguendo questa falsariga, Maradona, in quanto poeta dell'istante ha coniugato l'umano e il sovrannaturale, e se era certamente consapevole del suo talento di calciatore, forse ignorava il suo status "messianico". Un qualcosa che il destino ha voluto, anzi... preteso per lui.

"Il genio è... il veggente"

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Quante volte Diego ha visto prima degli altri il momento estatico di un gol? Quando dice al portiere Gatti - lo stesso che qualche giorno prima gli ha dato del ciccione - "oggi te ne segno quattro". Oppure quando si rivolge a Eraldo Pecci e quasi irride il povero Tacconi (che di lì a poco avrebbe fatto capa 'e palo): "Tanto gli faccio gol comunque".

Era solo un ragazzino di Fiorito, ma già sapeva che avrebbe trionfato ai mondiali, l'unico campionato regolarmente vinto dall'Argentina: l'altro è macchiato dai sospetti e dal sangue della dittatura militare. Il Napoli ha inseguito per anni lo scudetto, più volte ci è andato vicino. Ma serviva Maradona per invertire la  rotta voluta dalla storia.

Maradona era un visionario. Maradona "sregolava i sensi", Maradona era troppo... troppo umano.

Abbiamo amato l'uomo che ha pianto per i diavoli di Culiacán

I Dorados de Sinaloa (serie b messicana) dubitavano della loro stessa esistenza prima di veder piangere Diego. Parliamo di una Pro Vercelli in salsa ispanica (scriviamo della Pro per dire l'apologia della mediocrità sportiva), una squadra che fa paura persino al padre eterno; una città nota ai più solo per l'omonimo cartello mafioso e per le carneficine del Chapo. Maradona ridefinisce il rapporto tra Dios e la pelota, per non parlare di Shiltonche continua a vomitare rancore solo perché Diego lo ha costretto a esistere (per dirla con Elitis "ha decretato la legalità dell'Imprevisto"). Cosa spinge Diego ad allenare i Dorados? Nessuno lo saprà mai. Questo è l'uomo che abbiamo amato, quello che piange per gli ultimi, il dios umano che si danna per quei poveri diavoli di Culiacán.

A cura di Giovanni Ibello