Calcio Napoli 1926
I migliori video scelti dal nostro canale

editoriali

Al profeta e alla sua rivoluzione. Al «pueblo» che infinitamente canterà il tuo nome

Al profeta e alla sua rivoluzione. Al «pueblo» che infinitamente canterà il tuo nome - immagine 1
L'immortalità dell'uomo-Diego sui vessilli, in giro per la sua città, sulle mura del Largo a lui dedicato ai Quartieri Spagnoli. L'unico che avrebbe sempre e solo difeso l'identità della gente
Mattia Fele
Mattia Fele Editorialista 

La grandezza di Diego Armando Maradona ha sempre valicato i confini del calcio. Ecco perché non è e non sarà mai paragonabile a Leo Messi e a Cristiano Ronaldo, che hanno anche segnato più gol e sono stati più incisivi e longevi nelle loro clamorose carriere. Diego è stato il miglior ambasciatore di umanità che questo sport abbia mai conosciuto. Chi lo conosce parla di lui sempre in lacrime, come un uomo che c'è semplicemente sempre stato per tutti. Ora, come direbbe Montale, è effuso nell'aria come quei legami chimici impercettibili, dà tepore quanto la brezza marina di giorno. E di notte aleggia sullo stadio ormai nominato a lui tre anni fa, dopo una scomparsa che ha lasciato a cuor ferito tutti coloro che lo hanno vissuto direttamente e indirettamente.

Non c'è fine al saluto

—  

Come si misura il peso di un uomo, se non dal suo lascito. Diego è immortale perché è stato tramandato come i miti antichi di padre in figlio, con poche storpiature ma molte specificità. Ad ognuno ha lasciato in eredità qualcosa di speciale e di diverso. I ricordi dello Scudetto, gli incontri casuali in città. L'amico di tutti i nostri nonni che magari ci ha avuto un contatto e ne parla come un uomo sorridente, bellissimo, mai incapace di comunicare - anche con il corpo - il suo affetto. Diego è stato un politico e lo abbiamo detto a più riprese. Ha unito e rivoluzionato, ha ridato al Sud tramite il calcio qualcosa che tutti pensavano di non trovare più: un po' di gioia. Un po' di sano revanscismo verso i più forti. Considerati come usurpatori. Diego è andato a Torino e "sai cosa significa segnarne 6 in casa degli Agnelli?"


Anche tutte le sue parole hanno avuto un acume straordinario. Sempre. Anche nei momenti di difficoltà. Anche quando la vita - da una parte pure per sua scelta - si è messa di traverso. Ma le sue debolezze fanno parte della sua enorme sensibilità, della vicinanza ai meno abbienti. Della sua immensa comprensione della vita e dell'altro, tale da non riuscire a sopportare le ingiustizie e cadere in fragilità devastanti. Diego ha preferito fare del male a sé ma fare del bene a chiunque altro. Questo può farlo solo chi nella stra-grande maggioranza dei casi ha un quadro attento e preciso di come nel mondo funzionano le cose. Anche per questo, forse, ci è stato "mandato" nel periodo in cui le differenze sociali si stavano acuendo verso l'irreversibile. Forse è stato tra i primi politici a dire in viso ai ricchi che esistessero anche i poveri, e che il divario si stava allargando troppo. Dall'Argentina a Napoli. Ha unito trasversalmente il mondo provando a far capire che - vivendo ogni strato sociale letteralmente grazie al suo mestiere - le differenze sono solo relative. È tutta fortuna.

Per nessun'altra ragione un uomo del genere potrebbe aver scelto Napoli dopo Barcellona, in un momento di slancio pazzesco della sua carriera. Voleva stare tra la gente. Insegnare e imparare. Comprendere a fondo il mondo da tutte le sfaccettature e soprattutto mettersi in discussione, principio che nel calcio moderno non esiste. Messi e Cristiano Ronaldo non sarebbero mai venuti al Napoli. Neanche Mbappé lo farà mai. Eppure oggi si può dire che la dimensione del club è due-tre volte superiore ad allora come contezza europea, come blasone. Diego ha creato un fenomeno Napoli e anche post-mortem è diventato oggetto di culto. File immense di turisti si alternano per rendergli omaggio, per farsi partecipi dell'energia che in città si respira solo al guardare una sua immagine sul muro. I murales sparsi per tutta la città, nelle Periferie più difficili e nelle zone più importanti.

Per di più, il 25 novembre il Napoli ha sempre vinto nel suo ricordo. 4-0 contro la Roma il primo anno, 4-0 contro la Lazio la seconda volta. Sempre di dominio, con gol mozzafiato, sotto piogge bibliche. Come se pure la natura piangesse o si scatenasse. Questione di energie, non di religione. Anche se la sua divinizzazione non ha nulla di laico. A Buenos Aires è venerato come un profeta in Terra e durante i Mondiali ce ne siamo accorti tutti. A Napoli è caratteristico, culturale come il Vesuvio e come il panorama di Posillipo. Fa parte delle nuvole e si siede accanto ai passanti sui muretti. Salta qua e là tra le pizzerie storiche e si siede tra i Leoni del Plebiscito. È dentro di noi.

 

Di Mattia Fele

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Se vuoi approfondire tutte le tematiche sul mondo Napoli senza perdere alcun aggiornamento, rimani collegato con Calcio Napoli 1926 per scoprire tutte le news di giornata sugli azzurri in campionato e in Europa.