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editoriali

Mertens, Ghoulam e Demme in coro: “Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost”

Diego Demme (Photo by SSC NAPOLI via Getty Images)

Qualche volta - ma non vi abituate - la sosta dei campionati nazionali diventa un toccasana. È la storia di Demme, Mertens e Ghoulam, tre spezie da spolverare su un piatto incompleto. Siamo cauti ma un po' ci sfreghiamo le mani

Mattia Fele

Le sette vittorie su sette del Napoli di Spalletti sono a riposo: spazio alle nazionali, ai viaggi intercontinentali e a Liechtenstein-Macedonia di venerdì sera alle 20:45. A Castel Volturno siamo rimasti in tre (come cantava Modugno), ma che trio! Mertens, Ghoulam e Diego Demme si allenano senza freni, alla ricerca della condizione perduta e di una titolarità potenzialmente decisiva per il prosieguo della stagione.

L'angoscia dell'ultimo treno

 (Getty Images)

Chiunque abbia anche solo sentito parlare del Napoli di Sarri ha nostalgia di Faouzi Ghoulam. Il 31 sulla sinistra non aveva eguali: difensivamente tempestivo, preciso negli appoggi e letale in termini di assist. Con Insigne ed Hamsik disegnavano un'orchestra difficilmente riproducibile, un'idea pura portata sulla linea laterale di fondo. E l'algerino ha continuato a stupire anche a seguito del suo primo grave infortunio: al suo ritorno, con Ancelotti subito due assist nella prima uscita da titolare. Così anche con Gattuso, dopo il secondo intervento (problema collaterale al menisco ndr), con assist a Mertens in un Napoli-Benevento 2-0.

Poi il dramma: altra rottura del crociato a fine stagione, nuovo stop interminabile. La disperazione dei tifosi del Napoli è proporzionale ad un calciatore, a un professionista che dà tutto per la sua maglia ed è un allenatore in campo, come lo ha definito Spalletti in più occasioni. Uno che rende facile il lavoro ai suoi compagni; per questo ed altro, Giuntoli ha deciso di aspettarlo, ancora e forse per l'ultima volta. Perché un 31 al 100% è tutto tranne che un gregario. Questa pausa è sua, per lavorare sulla stabilità del proprio fisico e sulla propria condizione, in modo tale da potersi non solo arruolare, ma combattere al fianco (sinistro) dei suoi compagni.

Non ha mai smesso di correre

 (Getty Images)

Diego Demme è stato per mesi l'equilibratore di un Napoli prima sbilanciato verso la sconfitta, verso brutte figure (indimenticabile quella contro lo Spezia in casa) e prestazioni inconsistenti. Il suo rientro in mezzo al campo ha dato valore e geometrie ad un lavoro tattico svolto (?) al centro d'allenamento: l'italo-tedesco ha grandi doti atletiche ed è calcisticamente molto evoluto. In questo il Lipsia è una garanzia non da poco. Spalletti ha immaginato il suo Napoli con Diego al centro, in grado di verticalizzare ma soprattutto di moderarsi e leggere i vari momenti della gara. Può giocare a due, a tre, a cinque, a sette, a scopone scientifico, a tutto. Può fare reparto e può inserirsi tra difensore e terzino avversario con regolarità. Sa tirare da fuori (vedere gol di Crotone, ndr), vede la giocata. È uno di quelli sempre connessi, che spappolano il campo a furia di veloci pedate. Infortunio o meno, Demme non ha mai smesso di correre, un po' qua e là ma sempre verso l'obiettivo. Riprendersi il Napoli di uno Spalletti che già si gratta il capo, in difficoltà nello scegliere due tra Lobotka, Demme, Fabian, Anguissa, Elmas e Zielinski. Una completezza che sa di futuro radioso. Ora mettiamoli in una bolla di vetro.

 

Dries Mertens: ma avete capito chi è?

 (Photo by SSC NAPOLI/SSC NAPOLI via Getty Images)

Dico solo che un Napoli che è stato in grado di non far rimpiangere l'assenza di Dries Mertens è una grande squadra. Il belga non è solo il miglior marcatore della storia della società, bensì è leader tecnico e di spogliatoio. Ha l'esperienza e la furbizia giusta per essere decisivo in poco tempo, conosce l'arte della velocità di pensiero, del filtrante, del tiro a giro (ha un ottimo insegnante e collega). Calcia le punizioni da Dio. Questo qui è (diventato) centravanti, è trequartista, è malvolentieri esterno. Non si tira mai indietro se c'è da fare una carezza ad un compagno o ad un ultimo, ama Napoli come se fosse casa sua, nonostante abbia avuto in passato offerte per approdare in piazze più ghiotte. Ha dovuto operarsi alla spalla ma chi scrive dubita che sia mai stato lontano dalla sua squadra: ora è con Spalletti e fa girare a mille all'ora il pallone tra i piedi, pronto per dire la sua in quella che può diventare una stagione memorabile. Sì, per chiudere un cerchio che si è aperto quando Dries ha iniziato a segnare a raffica, in tutte le maniere possibili ed immaginabili. C'è chi in giro lo dà per vinto: Ciro, non sanno quel che dicono. Tu non perdonarli.

Se c'è un falso mito nella società di oggi è proprio quello di chi si ferma è perduto. Fermarsi a volte è d'obbligo per riflettere, passeggiare o tornare indietro, specie in una società iper-comunicativa e pressante come quella che viviamo. Non c'è tempo né spazio per rallentare perché il momento è sempre questo, non quello. Sempre qui e sempre ora.  Ma la vita è anche analizzare e canalizzare i propri passi, anche quelli più incerti, senza compierli a forza per inerzia, presi da un fluire eternamente stressante. Così fermarsi anche nel calcio porta tanti benefici fisici e nervosi, spensieratezza che diventa divertimento quando si calca il palcoscenico vero della domenica sera. Il Napoli affronterà il Torino il 17 ottobre e spera di trovare in questo trio di assi la formula vincente per proseguire, per salare un piatto già bello ricco di elementi. Avremo l'ansia già al primo graffio.

A cura di Mattia Fele 

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