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C’è del marcio in Danimarca

Giovanni Frezzetti
Giovanni Frezzetti Editorialista 
Tragedia shakespeariana per il Napoli a Copenaghen: gli azzurri pareggiano con l’uomo in più. Ora la qualificazione è a rischio

Shakespeare scrisse l’Amleto più di 400 anni fa, e una delle sue frasi più iconiche, “c’è del marcio in Danimarca”, fa parte del linguaggio corrente, spesso prestato al giornalismo. Ecco che ce ne serviamo anche noi dopo la vera e propria tragedia che il Napoli ha vissuto a Copenaghen. Un pareggio, con un uomo in più per 60 minuti, che può far dire ‘bye bye Champions’ ma che soprattutto apre una profonda riflessione: cos’ha questa squadra? La situazione è sospetta: gli infortuni non possono essere l’unica causa. Pesano, ma c’è altro che va analizzato. Quella vista ieri sera non è solo stanchezza fisica ma soprattutto mentale. Come Re Amleto è apparso il fantasma del Napoli del quarto scudetto che sta chiedendo vendetta.

C’è del marcio in Danimarca: tragedia shakespeariana a Copenaghen

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Eppure, la gara era iniziata nel migliore dei modi: atteggiamento giusto, aggressivo, danesi schiacciati. Il Var che interviene, giustamente, a favore del Napoli. L’espulsione e poi il gol. Al riposo si va così, tutto sembra in discesa. Un Vergara illuminato che ha mostrato ancora una volta personalità e qualità; un Hojlund vichingo; un McTominay decisivo, cinico e trascinatore. Il match non presenta momenti difficili, anzi Scott la sblocca e approfitta subito della superiorità numerica. La squadra di Conte fa la partita: possesso e si prova ad affondare. Poi nervi saldi, tutto in controllo. Finalmente sembra di vedere lucidità nella gestione del risultato, più che col Sassuolo. Insomma, non c’era alcun presupposto che potesse far pensare al peggio. Ma basta un errore individuale a cambiare la partita: Buongiorno commette un’ingenuità, Milinkovic-Savic para il rigore ma la fortuna non lo aiuta. Qui iniziano a sorgere le domande sulla squadra e sui singoli. L’errore di Buongiorno, e i successivi svarioni, ci lasciano quasi attoniti. Chi se lo aspettava. Invece, il ragazzo sembra aver staccato la spina, come troppo spesso in questa stagione, come troppo spesso accaduto al Napoli. La reazione c’è, ma è timida. Ecco che si entra in altri meandri della mente di questa squadra e arrivano altri campanelli d’allarme.

Conte prova a giocarsi il tutto per tutto e lancia nella mischia anche Lucca e Noa Lang. Niente, sparano a salve. Anzi, fanno errori banali che rispondono a quei campanelli d’allarme. Le voci di mercato pesano, e forse, al di là delle qualità tecniche, capiamo perché hanno le valigie pronte. Sono fragili, come troppo azzurri quest’anno. Poi, aggiungiamo il fatto che una squadra che lotta su più fronti si ritrovi, tra mercato e infortuni, con praticamente 13 giocatori di movimento a disposizione. Inaccettabile. Lucca spreca un’occasione d’oro; Lang si trasforma in un quarterback del football americano: un disastro. Conte stavolta non si agita, la mimica del corpo fa trasparire rassegnazione. Nonostante tutto, però, il Napoli è clamorosamente ancora in corsa per passare il turno, così come per la Coppa Italia e per il campionato. Tutto folle. Ma questo ci fa avere ancora un lumicino di speranza e voglia di incoraggiare questa squadra: non si deve arrendere. Deve continuare a indossare l’elmetto e lottare, almeno questa voglia l’abbiamo vista anche in Danimarca (da gran parte dei calciatori ndr). Il Napoli è come Amleto, tormentato e malinconico, ma scaltro. C’è del marcio in Danimarca, ma c’è anche un’anima che ha solo bisogno di fiducia per ritrovarsi e giocarsi tutte le partite fino all’ultima goccia di sudore.

A cura di Giovanni Frezzetti

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