Eto’o: “Arrivai all’Inter grazie a Materazzi e Mou. Mai geloso di Milito”

Samuel Eto’o, ex attaccante dell’Inter, ha rilasciato un’intervista a La Gazzetta dello Sport, in cui ha raccontato qualche aneddoto sul Triplete e sull’arrivo in nerazzurro nel lontano 2009. Il camerunense ha spiegato quanto fu importante per tutta la squadra l’allenatore Josè Mourinho in quell’annata, soprattutto in Champions League.

LE PAROLE DI SAMUEL ETO’O

L’ARRIVO ALL’INTER

“Il primo contatto fu con quello che sarebbe diventato mio fratello Marco. La storia del suo sms si conosce: un certo Materazzi mi scrive ‘Se vieni tu all’Inter vinciamo tutto’, non ho quel numero in rubrica e chiedo ad Albertini: “E’ suo?”. Sì. Non mi era mai capitato nella mia carriera, quel messaggio è stato decisivo per la mia scelta. E da lì è nata una grande amicizia. Moratti mi chiamò parlando un francese perfetto e mi disse: ‘Eto’o, si fidi: lei all’inter si troverà benissimo, diventerà come casa sua’. Aveva ragione. Mourinho invece mi mandò la foto di una maglia nerazzurra con il numero 9 scrivendomi: ‘E’ tua: ti aspetta’”. 

L’INGAGGIO E L’ADDIO AL BARCA DI GUARDIOLA

“Partecipare a una sfida sportiva del genere per me faceva la differenza, ma ce n’era anche tra l’offerta e la mia richiesta. Quando incontrai i dirigenti che partecipavano alla trattativa, compresi Moratti e Branca, dissi: ‘Trasformiamo questa differenza in bonus di squadra, se vinciamo la Champions nei prossimi due anni’. Dieci mesi dopo eravamo campioni d’Europa. Guardiola mi deluse, ma ormai mi ero lasciato tutto alle spalle e stavo già parlando con altri club, sapevo che me ne sarei andato. Quel messaggio di Materazzi fermò le altre trattative, sentivo che era l’inter la strada giusta”.

MILITO ED IL CHELSEA

“Grazie a Dio la gelosia non è un sentimento che mi appartiene. Diego Milito era in un gran momento, non sbagliava mai sotto porta ma alla fine facevamo la stessa cosa: io giocavo per la squadra, lui segnava per la squadra. Le partite con il Chelsea furono incredibili. Di quella notte ricorderò per sempre due cose. Il discorso di Mourinho prima della partita: ‘Nessuna squadra che ho allenato può battermi’. Entrammo in campo determinati, giocavamo anche per l’allenatore. Poi ricordo il mio stop prima di andare a segnare, in quel momento mi dissi: ‘Se lo fai bene, poi segni facile’. Ce l’ho ancora qui negli occhi, quel controllo”. 

IL DISCORSO DELLA FINALE

“Non fu lungo, mi limitai a dire: ‘Una finale non si gioca, si vince. O moriamo in campo e portiamo la coppa a Milano, o moriamo perché a Milano non ci torniamo. Quindi vediamo di tornarci, e di portare con noi la coppa’”. 

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