Da Sarri ad Ancelotti, il Napoli ha cambiato pelle e anima

Da Sarri ad Ancelotti, il Napoli ha cambiato pelle e anima

Approfondimento su questa prima parte di stagione del “nuovo” Napoli di Carlo Ancelotti, così simile (per uomini e risultati) ma diverso (per gioco e moduli) da quello di Sarri

di Redazione

C’è una nuova vita sul Napoli. Così diverso ma anche simile da quello precedente. Da Sarri ad Ancelotti, il cambio è stato ormai metabolizzato bene, quando sono alle porte le ultime due gare del girone di andata. Cos’è cambiato? Il turnover massiccio, il pragmatismo della squadra, e anche i tanti cambi tattici dell’ex tecnico del Milan. Non mancano, però, le similitudini che accomunano i “due” Napoli: dal secondo posto conteso allo squalo Juve, alla colonna portante della squadra, composta dagli stessi uomini. Ma se il passato è passato e bisogna pensare solo al presente, lasciamoci dietro paragoni e sarrismo, per concentrarci sulla nuova creatura plasmata da Carlo Ancelotti.

DUTTILITA’ – E’ il primo termine che ci viene in mente, insieme al pragmatismo, se osserviamo il Napoli quest’anno. Un Napoli camaleontico, che cambia veste tattica e uomini in base all’avversario. Non c’è un Napoli 1 e un Napoli 2, ci sono tanti Napoli in una singola partita. Ancelotti non ha mai fatto mistero di potersi affidare a tutta la rosa: da Rog ad Ounas, passando per Insigne e Koulibaly. Tutti hanno trovato i loro spazi. Compresi i tre portieri.

MODULI – Conta l’interpretazione più che il modulo, diranno gli esperti. E quest’anno gli azzurri ne hanno cambiati parecchi. Sono partiti dal 4-3-3 di base sarriana, passanda per il 4-4-2, il primo vero cambio di Ancelotti, maturato dopo la sconfitta contro la Sampdoria. E’ bastato arretrare Callejon sulla linea dei centrocampisti e allargare Zielinski (o Fabian Ruiz) e il gioco è fatto. Con Insigne più vicino all’attaccante, Mertens o Milik non importa. Così sono arrivate le prime soddisfazioni. Contro il Liverpool in Champions un’altra svolta tattica: il passaggio della difesa a 3, con Maksimovic e il 3-5-2. Le ali (con compiti di difesa e attacco) sono Callejon e Mario Rui, con il Fabian Ruiz (o lo Zielinski) di turno che torna a fare la mezzala. Non male per una squadra che con questo modulo ha frenato i vice-campioni del mondo, imponendogli una sconfitta senza subire reti. Si dirà, guardando le partite, non è una vera e propria difesa a 3. E infatti non lo è: il ritrovato Maksimovic si riscopre persino terzino e con questi interpreti, soprattutto in Champions, il modulo a volte era 3-5-2 e a volte 4-4-2, tra difesa a 3 e quella a 4. Complicato? Un bel rompicapo e tanti mal di testa per chi vuole far chiarezza sul vestito tattico azzurro di quest’anno.

INTERPRETAZIONE – Meglio lasciar stare e concentrarsi su questo adorato (dagli allenatori) termine. Ma anche l’interpretazione è difficile da carpire, data la duttilità di una squadra che spesso cambia più volti durante la stessa gara. Per non parlare degli uomini: mai schierate due formazioni simili consecutivamente, non ci sono certezze, se non Hamsik regista. Il turnover è spesso massiccio, ma almeno così tutti vedono il campo e non si spremono uomini e sprecano forze. Al di là del modulo conta l’interpretazione, dicevamo, e infatti non è raro vedere i terzini che spingono come ali e le ali come attaccanti esterni. Una sorta di 2-4-4 in fase offensiva, con punte di 2-2-6 quando c’è da recuperare un risultato o si gioca contro avversarie modeste. Vedere per credere: Ghoulam è tornato e in tanti anni di Napoli non si era mai visto in posizione così avanzata. Esterni sempre più offensivi, il cui compito è quello di innescare gli attaccanti, mettere cross, più che accentrarsi e provare conclusioni o inserimenti. E’ finito il tempo del calcio tutto verticale. Ne sa qualcosa Callejon, ancora a secco a metà stagione.
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Redazione Tony Sarnataro

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