Quel giorno di Marek Hamsik. Arrivederci, capitano!

Quel giorno di Marek Hamsik. Arrivederci, capitano!

C’è sempre un giorno che diventa “quel” giorno e oggi è la volta di Marek Hamsik col Napoli

di Redazione

C’è sempre un giorno, nella vita di chiunque, che diventa quel giorno. Spesso accade improvvisamente, senza preavviso, ma ci obbliga a prendere una matita con la punta rossa e a sottolineare con una linea fitta il contorno della casella del calendario.

Succede a tutti, almeno una volta. Poi, ci sono i fortunati, ai quali accade meno raramente e, quando la collezione di trattini diventa piuttosto corposa, allora stiamo ricalcando e attraversando una storia d’amore. Che non sempre è fatta di due persone.

Questa che raccontiamo, ad esempio, è composta da un solo uomo e molta, tanta gente.

Marek Hamsik non è stato un calciatore che ha indossato per un decennio e oltre la maglia del Napoli, vedendone mutare le tonalità dell’azzurro di stagione in stagione.

Lo slovacco è stata un’identità. Unica. Un’identità rimasta immutata: non si è plagiata. Non ha trasformato la sua riservatezza e la sua serietà, spesso sinonimo di severità, con il calore e la passione del popolo napoletano.

Marek Hamsik è cresciuto, restando inalterato. Mai una traccia di populismo né una parola detta per accontentare e farsi amare. La sua con la piazza azzurra è stata una storia che si è scelta, si è costruita sul compromesso e sulla legge dell’attrazione.

Non l’ha forzata, è accaduta. D’altronde è così che funziona con i sentimenti reali e puri.

Lo slovacco ha accettato ed è rimasto folgorato da un atteggiamento lontano dal suo: la sfrenata passionalità e il fervore dei napoletani. La gente azzura, a sua volta invece, ha stretto a sé Hamsik come una creatura da seguire, come un capitano che sta lì e fonda ogni certezza, mentre il mondo intorno muta.

Hamsik è stato rispetto, professionalità, riconoscenza, signorilità, lealtà, sincerità. Amore.

Ha risposto agli applausi ricambiandoli e ai fischi (non c’è matrimonio senza momenti bui) abbassando la testa, accettandoli e cercando di smentirli. Ci è sempre riuscito, per la cronaca.

Marek Hamsik avrebbe potuto essere di più, diventare più grande, almeno quanto i suoi mezzi tecnici, ma gli è bastato così. Si è bastato, rigettando la proposta di un Milan vincente e di una Juventus intramontabile. E’ rimasto e non ha mai voluto essere ringraziato per questo.

Di linee rosse sul calendario ne ha fatte segnare tante ai tifosi azzurri. Ne scegliamo tre:

– 20 maggio 2012. Finale di Coppa Italia contro la Juventus. Il capitano slovacco firma di destro la rete del raddoppio del Napoli, che consegna il primo trofeo al club dopo oltre 20 anni di distanza dall’ultima volta. Gioia, visibilio. Chi l’avrebbe detto nel 2007, anno del suo arrivo in squadra, che sarebbe divenuto così fondamentale? Mingherlino, timido, già con la cresta e accanto a Ezequiel Lavezzi. L’argentino come Cavani e tanti altri emigrati verso spiagge migliori, e Marek lì sempre a credere che prima o poi sarebbero arrivati i momenti giusti anche per il Napoli. Ebbe ragione, nel 2012.

– 23 dicembre 2017. Hamsik sigla (è un centrocampista, credeteci) la rete numero 116 con la maglia del Napoli. La segna contro la Sampdoria: destino o che? Tutto il San Paolo si alza in piedi e gli applaude. E’ la rete che supera la vetta dell’Olimpo dove siede Diego Armando Maradona. Marek diventa più grande di D10S ma sembra quasi gli dispiaccia scomodarlo. Ormai è napoletano anche lui.

– 02 febbraio 2018. Nessuno ha mai immaginato il giorno dell’addio di Marek Hamsik. Difficile disegnare nella mente un tributo all’altezza, perché le leggende del calcio sono così passate che abbiamo dimenticato anche come omaggiarle. E allora non è mai accaduto. L’addio di Marek è stato un segreto sussurrato tra lui e un timido pubblico. Nessuno aveva avvisato i circa 20.000 del San Paolo che Napoli-Sampdoria, ancora quella gara, sarebbe stata l’ultima del capitano. Ma a lui e alla sua gente non sono mai serviti i giornali e le indiscrezioni. Si capiscono da prima, di più. Un’ovazione e il calciatore che poggia la mano sul cuore, dove ha cucito lo stemma del Napoli. Lo stesso ricordo che ha scritto con l’inchiostro sulla pelle e molto più profondamente porta inciso nei ricordi di questi 12 anni insieme.

Hamsik è arrivato in silenzio ed è andato via allo stesso modo, ma ha formato e poi fermato una città, un micro mondo. Non si parla d’altro, non si ascolta altro e non importa nemmeno il pareggio della Juventus contro il Parma, che accorcia la distanza del Napoli dal primo posto.

Qualcuno sussurra l’addio, prova a parlarne. Qualcun altro non ne vuole proprio sapere e c’è chi poi ha lo sguardo incredulo.

Se va via Hamsik, finisce una storia, un’epoca.

Cambia una famiglia, se ne deve creare una nuova. Un capitano che, forse ce ne siamo accorti poco, ha tenuto le fila della storia recente del Napoli. Ha costituito un pilastro e una sicurezza. Da questo momento tutto si modifica, è più fluido, meno statico e sereno.

Quando una storia d’amore finisce, non si sostituisce né si replica. E’ un vuoto, che si riempie di ricordi ma anche di orgoglio, quello di avere legato una bandiera a una città, nel periodo storico del più grande viavai commerciale ed economico che il calcio abbia vissuto.

L’amore è eterno finché dura, recita un adagio, ma noi speriamo si sia solo interrotto per un po’.

Buon viaggio, capitano.

520 presenze, 121 gol, 111 assist.

Ma quale addio? Semmai, arrivederci.

di Sabrina Uccello

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