Mertens: Il Napoli è forte “ovèro”

«Siamo forti, ma sul serio, e se ne è resa conto anche la critica»

 
Mertens

VENERDÌ 11 GENNAIO 2019 ORE 8:21

Mertens ai microfoni aperti, su Kiss Kiss:

«Il gol con il Torino - del dicembre 2016 - penso sia quello che meglio mi rappresenti. Mi pare di averne segnati di belli ma quello ha un sapore assai speciale». E basterebbe riguardarselo, o ritrovarlo nella memoria, per rivederci dentro quella sfrontata allegria d’un giovanotto di nome Ciro, d’uno di loro, d’una città che gli è entrata dentro e nella quale ha saputo immergersi. «Io qui mi sento a casa mia, la gente mi tratta bene, non solo rispetto ma anche con affetto: esco da casa e mi offrono il caffè, i dolci, la frutta, il pesce. Io a Napoli sono cresciuto, ormai sto qua da sei anni. So quanto sia bella e sono anche in grado di consigliare ad Ancelotti i luoghi da visitare, ristoranti compresi. Capisco che voglia viversi questi posti, sono meravigliosi».


«Siamo forti, ma sul serio, e se ne è resa conto anche la critica. Lo siamo nell’organico, nella società, perché da quando sono arrivato siamo rimasti in tanti eppure siamo riusciti a cambiare e ad evolverci. Io sono certo che, se non dovessimo riuscirci, tra cinque anni nessuno saprebbe spiegarsi come mai il Napoli di questo ciclo, di quest’epoca, non sia stato in grado di farlo. 44 punti nel girone d’andata sono una enormità, ma davanti c’è chi è stato capace di fare di meglio e in maniera anche netta. Ora la Juventus ha preso anche Ramsey, per me il migliore dell’Arsenal, ed ha aggiunto qualità alla qualità. Ma noi abbiamo lo scontro diretto al San Paolo e non vogliamo perderli di vista. E poi ci sono la Coppa Italia e l’Europa League, che questo Napoli può conquistare. Siamo usciti dalla Champions perdendo solo con il Liverpool e questo ci ha fatto male».

«Per me Kalidou è un fratello e non capisco la natura di questi ululati, né i protagonisti di questi cori si rendono conto di cosa lasciano in un ragazzo di ventisette anni: quella sera, dopo la partita, Koulibaly stava male ma male per davvero. E non pensava al cartellino rosso, alla squalifica, ma dava l’impressione di essere un uomo tormentato dal sospetto di aver perduto una battaglia, quella contro il razzismo».

CDS