Burdisso: "Ero parte dell'Inter del Triplete. Messi non soffre Maradona"

 
Maradona

Nicolas Burdisso, difensore che da poco ha detto addio al calcio giocato, ha rilasciato un'intervista a La Gazzetta dello Sport: ""Ho avuto la fascia di capitano in ogni squadra in cui ho giocato a parte l'Inter. Il motivo? Zanetti non si fermava mai".

Sul Triplete: "Mou ci provò in tutti i modi: “Non te ne andare, sarà il tuo anno”. E quando mesi dopo ci incrociammo a Roma dopo la finale di Coppa Italia, mi toccò il cuore: “Se anche lo sarà, non potremo parlare di anno perfetto perché sarai mancato tu”. Ma non ho mai avuto rimpianti, giuro, e il giorno della finale di Madrid, solo a casa mia a Buenos Aires, davanti alla tv ero sereno: mi sentivo metà tifoso dell’Inter e metà ancora parte di quella squadra. Ma lasciarla era stato necessario: lì, in quel momento, mi era quasi impossibile essere “normale”. Volevo dimostrare di essere un centrale, non un terzino, ma soprattutto dovevo ritrovare l’equilibrio che prima avevo sempre avuto, da quando me n’ero andato di casa a 13 anni".


Su Messi: "Non è vero che in nazionale Leo soffre Maradona: nel 2010 ho visto da vicino il rapporto che avevano. Il grado di emotività dell’argentino nei confronti dell’Albiceleste è spaventoso, ma quando mette la maglia dell’Argentina la sofferenza di Leo non è di identità, è calcistica: nel Barça gioca con gente che fa parte di una scuola, prima che di un club, poi è dura doversi confrontare con un progetto che cambia in continuazione: faticherebbe anche Cristiano Ronaldo. Messi non è un mio amico, perché ne ho davvero pochi nel calcio. Con lui ho anche litigato di brutto, dopo Argentina-Colombia 0-0 in Coppa America 2011, quando le nostre facce arrivarono molto vicine si mise in mezzo Gabi Milito, che giocava con lui nel Barça: “Nico, devi farla finita tu: lui quando si incazza non si ferma”. Però porto ad esempio l’umiltà di Messi, ho conosciuto giocatori nel Genoa o nel Toro che se la tirano più di lui. Ed è il migliore che ho incrociato in campo, per la qualità ma anche la quantità di cose che fa: in 21 giocano una partita, e lui un’altra". Tmw.